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Sogni e paure dei ragazzi del '99

Sogni e paure dei ragazzi del '99

02 Luglio 2017,13:17

Margherita Portelli

Sono la generazione «selfie», ma se li metti di fronte all’obiettivo di un professionista arrossiscono. Gli ultimi testimoni di un millennio che sembra già lontanissimo - bambini fino all’altro ieri, pronti ora a bussare al mondo «dei grandi» - i ragazzi del ‘99 sono quelli che talvolta, quando li incroci per strada, scuoti la testa sconsolato. Perché «i risvoltini a gennaio non hanno un senso» e quegli shorts «noi nemmeno in discoteca». I diciottenni di oggi sono inevitabilmente chiamati a rendersi protagonisti di un parallelismo pesante, quello con le decine di migliaia di «ragazzi del ‘99» che nel 1917 furono chiamati alle armi e che arrivarono in linea sul Piave, nei giorni successivi a Caporetto. Fu anche grazie all’entusiasmo e al sacrificio di quei coscritti che l’anno seguente si arrivò alla riscossa, contrattaccando vittoriosamente e giungendo alla fine della guerra. Diventarono un simbolo, quei ragazzi. Contribuirono a costruire l’Italia. Con la dovuta cautela, ci siamo domandati su quali «fronti» i ragazzi del ‘99 di oggi siano chiamati a «combattere», ci siamo chiesti che cosa facciano, che sogni conservino e con che occhi ci guardino. Li siamo andati a cercare, li abbiamo incontrati e abbiamo chiesto loro di aprirci per un istante la porta di un mondo che in pochi, fra noi, conoscevano. Li abbiamo trovati svegli, consapevoli, spaventati talvolta, ma entusiasti. Sorrisi puliti, punti di domanda ad ogni angolo ma idee molto chiare su ciò che davvero conta. Ci hanno raccontato come si vive nell’epoca di «uno smartphone per amico», ci hanno spiegato perché gli adulti a volte sembrano lontani anni luce, non hanno avuto paura di aprirsi: dal rapporto con i genitori al sesso, dalla politica all’amore, fino alle speranze per il futuro. Il campione è forse troppo limitato per tracciare bilanci, ma ciascuno di loro ha, a suo modo, contribuito a restituire l’idea di una generazione multiforme, ricca di sfumature, sorprendente. Diversi da noi alla loro età? Sicuramente. Ma diversi tra loro, anche: c’è chi al sabato ogni tanto si sbronza e chi attacca in Croce Rossa, chi ha tutti 9 e chi non vede l’ora di chiudere coi libri, chi sogna l’amore e chi «lo aspetta, ma senza impazienza». C’è chi andrà a vivere all’estero per rincorrere i propri sogni e chi spera di rimanere a Parma e di non diventare «uno di quelli che vive per il lavoro». Ciascuno di loro è un universo: di aspettative, valori e ideali. Basta avere la curiosità di osservarli da vicino.

Tommaso

Tommaso lo conoscono tutti. È il presidente della Consulta provinciale degli studenti di Parma e ha una «chiacchiera» facile, di quelle che se lo incroci una volta poi te lo ricordi. Ha due cognomi e ci tiene: Moroni Zucchi; il secondo è quello della mamma e gli sta a cuore che abbia pari evidenza. Sorride mentre mostra il piano di studi per la settimana scritto a penna su un foglio protocollo: anche se è un ‘99, data la «primina», è in piena maturità. Spera di diventare un giurista d’impresa e nel tempo libero, oltre ad informarsi e a seguire attivamente le vicende politiche locali, ogni tanto va a caccia e a pesca. L’anno prossimo si iscriverà alla Bocconi (un corso particolarmente impegnativo di sette anni: giurisprudenza ed economia). È un 18enne in gamba: media del 9, ha un buon rapporto con i suoi genitori, ma ha le idee molto chiare sulle «distanze» che spesso separano la sua generazione dal resto del mondo. «Alcuni adulti forse non riescono a comprendere le insicurezze di noi ragazzi che viviamo in un mondo davvero spregiudicato, e talvolta gli amici finiscono per essere i vice di genitori assenti» chiarisce. La politica per lui è una passione da sempre, da quando a otto anni ha smesso di giocare ai videogiochi per guardare i tg. «Vedo la politica come un’opportunità - sottolinea - Credo che disinteressarsene sia la scelta più facile ma anche la più sbagliata». La sua generazione, quella affogata tra selfie e like, che rischia il risucchio sociale votandosi a un mondo virtuale che ancora bisogna imparare a gestire, è a dire il vero portatrice di una forma sana di progresso che forse non è sotto gli occhi di tutti. «Siamo quelli che vivono l’integrazione vera, sui banchi di scuola - aggiunge -. A volte mi dico che su certe tematiche, l’apertura al diverso ad esempio, dovremmo essere noi a educare i nostri genitori». Tommaso, che si definisce «ambizioso e determinato, ma leale» vede intorno a sé un mondo di ragazzi fortemente eterogenei, fiduciosi nel riscatto. I ragazzi del ‘99 lui li ha studiati («storia è una delle mie materie preferite») e, con la giusta prudenza, prova a scovare un’analogia. «Come quei ragazzi furono chiamati a mettersi in prima linea in difesa di qualcosa che forse non sentivano appartenere loro – conclude -, oggi noi siamo chiamati a cercare di non scappare e a credere che l’Italia sia un Paese che può mettere a frutto al meglio le nostre potenzialità».

Everton

Sogna di fare il medico, Everton. Quando è arrivato in Italia, il 14 gennaio del 2009, era un bambino e non parlava una parola della nostra lingua. Qui ritrovava una mamma che non aveva mai conosciuto e che un anno dopo la sua nascita aveva lasciato la Nigeria nella speranza di una vita migliore. La famiglia Ejike si ricongiungeva – con lui c’erano anche il papà e la sorella – e una nuova vita cominciava. Ad Abia, nel sud del paese centrafricano, la mamma era insegnante e il papà vice preside in una scuola: qui sono ripartiti da zero con lavori più modesti, per garantire un futuro alla famiglia e Everton di questo è molto grato. A settembre comincerà l’ultimo anno all’Itis «Leonardo da Vinci»: ama l’informatica ma intende iscriversi a Medicina («mi piacerebbe poter aiutare gli altri» spiega). Nel tempo libero tira con l’arco, se ne va in giro per la città con la musica sempre nelle orecchie e si dà da fare, fra studio e vari impegni. È lui il ritratto dell’integrazione targata ‘99. «Episodi di discriminazione ne ho vissuti tanti anche io – racconta -, ma tendo a non etichettare come razzista chi magari è mosso soprattutto da diffidenza. Ad esempio quando siamo andati con la scuola al Salone del libro, entrando, ai controlli, su un gruppo di 50 ragazzi alla fine hanno fermato proprio me e un altro mio amico di Santo Domingo. I miei compagni si sono lamentati dicendo che era stato un atteggiamento razzista, ma io non ero d’accordo. Nella situazione in cui viviamo oggi, posso capire che se vedi passare un ragazzo di colore con uno zaino in un luogo affollato tu voglia fare degli accertamenti, forse lo farei anche io». Il fenomeno migratorio di massa, visto da un giovanissimo straniero che vive in Italia da 8 anni, è fonte di preoccupazione. «Temo che il pregiudizio possa aumentare e che in futuro mi vengano negate delle possibilità - sottolinea -. Mi dispiacerebbe non essere messo nelle condizioni di far vedere quello che valgo e costruirmi una posizione lavorativa che poi mi permetta di accudire i miei genitori quando saranno anziani. Nella mia cultura è molto importante e non vorrei deluderli». La politica, a suo modo di vedere, non fa molto per raggiungere i giovani. «Non ci vengono offerti stimoli o proposte sfide» spiega. I social? «Abusarne è pericoloso, ma a qualcosa possono anche servire - sottolinea -. Io, ad esempio, che ho sempre avuto molta difficoltà a instaurare relazioni, è anche grazie ai social se un po’ mi sono aperto agli altri». Chiudiamo con un sogno, che è più che altro un’ambizione: «Essere un buon padre, un genitore presente».

Stefano

Stefano Ballarini è quello che si dice «uno smanettone». Compirà 18 anni in questi giorni, frequenta l’Itis «Leonardo da Vinci» e da grande sogna di uscire da Ingegneria informatica con voti che gli consentano di trovare un buon posto nel settore ICT in un’azienda del territorio.

«Non ho desiderio di andare chissà dove, Parma mi piace e qui vorrei farmi una famiglia – spiega con la giusta semplicità -. Non vorrei essere una di quelle persona che vive solo per il proprio lavoro, vorrei avere il tempo per stare con i miei figli».

Ha occhi azzurri molto belli, Stefano, ma li concede di rado. Sembra timido all’inizio, poi però si rivela un chiacchierone. È nel movimento scout da 10 anni e gli piace molto: ha trovato degli amici, impara a cavarsela, si diverte.

«Con i genitori ho un buon rapporto - spiega -. I miei sono separati, ma riesco a passare del tempo con entrambi; ci ascoltiamo, hanno fiducia in me. Credo ci voglia anche da parte di noi ragazzi un poco di predisposizione: quando sento dire gli amici “i miei non mi ascoltano” il mio dubbio è che il dialogo manchi da entrambe le parti. Della serie: “ok, ma tu ci parli?”». Anche se sui banchi quest’anno poteva impegnarsi di più – per sua stessa ammissione avrebbe potuto fare meglio – Stefano sulla scuola ha un’idea ben precisa. «Io sono fortunato perché la stragrande maggioranza dei miei professori sono efficientissimi, hanno entusiasmo e fanno bene il proprio mestiere - sottolinea -, ma ho avuto anche altre esperienze e posso dire che uno dei problemi più grossi del nostro sistema scolastico sono gli insegnanti che non hanno voglia di fare niente. Certo, anche noi ragazzi ci mettiamo d’impegno con il menefreghismo se le liste dei rappresentanti d’istituto che ricevono più voti sono quelle che promettono le feste di fine anno con più gente».

Ecco qui un altro tema importante, la politica.

«Noi giovani lontani dalla politica? E come potrebbe essere altrimenti se siamo circondati da adulti che ci continuano a ripetere che “sono tutti corrotti” e che “tanto non cambia nulla” - aggiunge -. Io credo sia sacrosanto far valere le proprie idee, andare a votare, partecipare, ma diciamo che per capire la politica ci vengono dati pochi strumenti». Coerente, intelligente, piuttosto severo: ecco come appare Stefano, che «amici pochi ma buoni» e che «l’amore è una cosa seria». Dopo l’intervista, per la foto, sgancia anche qualche bel sorriso e quegli occhi azzurri, alla fine, ce li concede.

Federica

Parla sottovoce e ha uno sguardo dolcissimo, Federica Anelli. Viso pulito, ama studiare e sta bene in mezzo alla natura. Quando arriva l’estate non vede l’ora di rifugiarsi nella casa di famiglia in Appennino, a Mozzano. Per il futuro sogna una casa in campagna, una vita al di fuori della frenesia, un lavoro da ingegnere.

Frequenta il «Rondani»: ultimo anno e poi l’esame. Ha un ottimo rapporto con i genitori. La mamma è un’amica. «Con lei parlo davvero di tutto» dice timidamente. È un tipo ansioso e sul futuro basta qualche punto di domanda a generare in lei un po’ di inevitabile agitazione. E allora le chiediamo qualcosa sul presente: a lei, e alla compagna di classe Rita, domandiamo come funziona, oggi, l’approccio con l’altro sesso, se hai diciotto anni e uno smartphone in tasca. Tutto si riduce a un paio di parole: «Mi piace».

«È sempre più raro che un ragazzo venga a presentarsi di persona se prima non si è in qualche modo fatto conoscere attraverso i social - assicurano -. Comincia chiedendoti l’amicizia su Facebook, o magari mettendo due o tre like alle tue foto. È abbastanza triste questa cosa, si è persa completamente la capacità di interagire in modo diretto e reale con chi è al di fuori della nostra cerchia; e nei ragazzi più giovani di noi, che sono proprio nati con i social, la cosa è ancora più evidente».

Eppure l’amore, l’amicizia, i sentimenti, sono una cosa seria. «Gli affetti rivestono un ruolo centrale nella nostra vita – spiega Federica – e non tutti viviamo la vita attraverso un telefonino. Io, ad esempio, in montagna posso stare anche delle settimane senza il wifi e sto benissimo».

Nella tranquillità, al di là della frenesia da schermo, appunto.

Asja

Viaggiare. È questo il sogno di Asja Ferrari, in attesa di cominciare l’ultimo anno al liceo linguistico «Marconi» e poi pronta a scoprire il mondo. Studia inglese, francese e spagnolo, otterrà il doppio diploma (grazie al progetto di studi bilingue EsaBac) e poi spera di andare a studiare interpretariato in Francia. È una ragazza matura, capace di raccontare molto di sé e di approfondire alcuni aspetti della sua personalità senza paura. Innamorata della gentilezza («un valore che si è un po’ perso, purtroppo»), per il futuro sogna di diventare traduttrice di libri, wedding planner o hostess («ma forse non riuscirò, se non cresco ancora qualche centimetro» ride).

Le sue paure? Non riuscire a raggiungere i propri obiettivi, dato che è parecchio determinata. «A spaventarmi, più in generale, è anche l’abbandono - si confida -. Mi lego molto alle persone, forse su questo ha influito anche la separazione dei miei genitori, quando ero in prima media. Non è stato per niente facile all’inizio, ma crescendo l’ho superata benissimo e ora la vedo quasi come una ricchezza: in fondo ho una mamma, un papà, il compagno della mamma e la compagna di papà». A farla arrabbiare è la considerazione spesso sbagliata che gli adulti hanno della sua generazione. «Ci vedono come svogliati, bamboccioni nullafacenti, “choosy”, invece io vedo tanti ragazzi che, se debitamente stimolati, sviluppano forti interessi, partecipano, si danno da fare» sottolinea. Lei, ad esempio, da circa un anno fa anche la volontaria in Croce Rossa.

Il suo giudizio sulla scuola è senza mezzi termini. «Non mi piace - approfondisce -. Mi spiego: mi piace studiare, scoprire cose nuove, l’opportunità che la scuola mi dà di conoscere, ma trovo il sistema scolastico italiano totalmente superato. Lezioni frontali, la fretta dettata dal programma, l’impossibilità di approfondire qualcosa se non lo hai capito o se semplicemente ti piace, dato che per il giorno dopo devi preparare 5 materie. Quest’anno andiamo a votare e al liceo non ti insegnano l’educazione civica: noi per fortuna abbiamo avuto una prof di storia che ci ha tenuto a darci qualche strumento, ma è un’eccezione».

Asja è fidanzata e crede nel vero amore, ma nella sua generazione vede molta fretta e poco romanticismo. «La prima volta, ad esempio, viene vista da molti più come un “dente da togliersi” - spiega -, non come qualcosa di bello, da condividere con qualcuno di importante, ma quasi come un peso, tolto il quale ci si sentirà più leggeri».

Diletta

«Incasinata», ansiosa, confusa. In altre parole: bellissima. Chi di noi non si è sentito così a 17 anni? Quando interrogata sui tuoi sogni rispondi «trovare la mia strada e provare a percorrerla»; quando la timidezza si stempera in sorrisi che ancora conservano qualcosa dell’innocenza; quando ti senti in mezzo a un turbine indefinito e provi a capirci qualcosa. Diletta Simonetti è una ‘99: frequenta il «Toschi», indirizzo architettura, e a settembre andrà in quinta. Fotografa, canta, scrive. Sogna di fare della sua passione per le foto un mestiere, sarà impegnativo ma ci proverà. La cosa che più apprezza della scuola sono i suoi amici: quest’anno si è data poco da fare sui libri, lo ammette, ma alla fine è riuscita a cavarsela discretamente lo stesso. «Gli adulti? A volte sembrano essersi dimenticati di quanto sia difficile avere 18 anni, ma io non mi posso lamentare» sorride. Con i suoi genitori dice di aver costruito un bel rapporto. «Solo pochi mesi fa non avrei mai scommesso che avrei potuto dire questa frase, ma sono molto contenuta del rapporto che ho con i miei, con mia mamma soprattutto ho raggiunto un bellissimo equilibrio». La famiglia di Diletta vive di base a Scurano, 40 minuti di auto da Parma, e lei durante la settimana spesso si ferma in città appoggiandosi in un appartamento di famiglia in centro, a volte con il papà, a volte sola. Una bella libertà per la sua età, di cui Diletta è consapevole e grata. Le chiediamo di parlarci del rapporto che le sembrano avere i ragazzi di oggi con la rete e i social. «Senza dubbio morboso - assicura -. E finché non ti succede, come è successo a me l’anno scorso, che il telefonino ti finisce in acqua e devi stare senza per una settimana, non te ne rendi conto. Sembriamo aver perso la capacità di annoiarci, di lasciare vuota la mente. Non ci capita più di aspettare l’autobus e non avere niente da fare: guardi Instagram, controlli i mille messaggi dei gruppi WhatsApp». Qualcuno ha detto di lei che è «la persona più romantica e la meno affettuosa sulla faccia della terra». «L’amore è una delle cose più importanti, un’ambizione» precisa. E il sesso? «Ognuno lo vive a suo modo, non credo sia giusto generalizzare sui costumi come a volte si fa con noi ragazzi - aggiunge -. Di certo, a differenza di altre generazioni, noi siamo cresciuti bombardati sin dall’infanzia da immagini e messaggi con riferimenti sessuali più o meno espliciti».

Rita

Tutto l’anno si sveglia alle 5.30 e prima delle 15 non rientra a casa. La scuola, se abiti in provincia, può essere parecchio impegnativa e Rita Puzzo Balluzzo lo sa bene; 17 anni, vive a Sant’Andrea Bagni con la sua famiglia e quando cominciano le vacanze estive cambia vita. Frequenta il «Rondani», a settembre andrà in quinta e dopo, per ora, sembra non essere intenzionata a iscriversi all’università. «Io e i libri non andiamo d’accordo, mi piacerebbe frequentare dei corsi per specializzarmi sulla sicurezza nei cantieri e poi entrare subito nel mondo del lavoro - sorride -. Aggiungerei che per ora non vedo l’ora di prendere la patente».

È vivace, determinata, sincera. Ama stare da sola, ma anche con la sua compagnia di amici, in paese, molti dei quali sono più grandi di lei.

«Capita di uscire anche durante la settimana quando l’indomani c’è scuola, devo dire che i miei genitori hanno fiducia in me e mi lasciano abbastanza libera - spiega -. Mi trovo bene con le persone che hanno qualche anno in più ed è forse anche per questo che io non vedo molta distanza tra noi ragazzi del ‘99 e il mondo degli adulti».

Sogni e paure? «Sogno di poter viaggiare, vedere prima di tutto l’Italia, finora non ho avuto molte occasioni per farlo e mi piacerebbe scoprire nuovi posti» sottolinea.

Vorrebbe essere indipendente il prima possibile, Rita, e di paure in fondo non ne ha. «Il mondo del lavoro ci dà poche opportunità? Io credo però che se ci si mette d’impegno il lavoro lo si trova» dice fiduciosa. Anche se sui libri non ci sta volentieri, riconosce perfettamente il valore della scuola e ci racconta di come quest’anno lei e i compagni di classe abbiano tentato di dire la loro con quei professori che non pretendevano il giusto impegno.

«In passato siamo sempre stati abituati a lavorare tanto e bene - spiega -. Quest’anno invece poche verifiche, poche interrogazioni: praticamente non abbiamo fatto nulla. Non credo fosse il modo migliore per prepararci all’anno prossimo e alla maturità. Lo abbiamo detto ai professori: a quest’età, forse, dobbiamo essere accompagnati, stimolati, non si può demandare a noi il metodo sperando nel nostro senso di responsabilità, altrimenti si rischia di non combinare nulla».

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