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Otto donne raccontano i loro nuovi mestieri

06 Marzo 2018,12:42

Chiara Cabassi

8 Marzo: giornata delle donne. E si festeggia anche il loro lavoro. Sono molte le professioni che prima non c’erano: lavori a cui si è dovuto anche dare un nome. Nati sull’onda della crisi o della passione. Nuovi mestieri che appartengono alle donne.

Cinquanta anni fa il 1968. Da allora, oltre che nel lavoro, è nel rapporto di coppia che si chiede la parità. «Il personale è politico» era lo slogan che la seconda ondata di femminismo urlava in quegli anni. Cinquant’anni dopo bisogna ancora chiedere leggi per avere un salario alla pari, per tutele familiari che garantiscano la tenuta del lavoro femminile e anche per non essere uccise. Ma si va comunque avanti. E il lavoro, allora, alcune lo inventano. Un’altra rivoluzione. Chi apre le porte di casa a bambini e ad ospiti per cena. Chi le parole le fa diventare storie che bucano la rete. Chi diventa detective e chi non riesce a voltarsi dall’altra parte neanche se le difficoltà sono dall’altra parte del mondo. Chi non può fare a meno di qualche frivolezza modaiola o di sognare l’abito bianco, ma ne ha fatto un mondo su misura. Alla base quella capacità di relazione, di entrare in contatto, che mette le parole al centro delle giornate, per riconoscersi. Nuovi mestieri. Rivoluzioni. Di quelle che fanno le donne. Costanti e resilienti. Far nascere qualcosa, in fondo, è la loro specialità.

La fantasia al potere? Per questo 8 Marzo e per queste 8 donne la fantasia al lavoro, per il momento.

MARIA IRENE FOSSA

Donna eclettica e rock, Maria Irene Fossa, ma senza scampo. Nel suo dna è marchiato a fuoco anche il rapporto con la cucina che conosce chi nasce in certi territori. «Ci sono posti, reali o meno, in cui sentirsi sicuri e protetti. Posti in cui il cuore rallenta e si rallegra e l’immaginazione riprende a viaggiare». Racconta così, Irene, la sua cucina, il suo rifugio, dove al di là della finestra, ci sono il cielo e il castello di Torrechiara. Forse per questo lavare i piatti dopo le cene non le pesa. Il rifugio si è allargato da quando è diventata una home chef. Una passione relativamente giovane, ma già tenace. Dopo anni di cene tra amici ha iniziato a raccontarle sul blog www.tuportadabere.com «Mi chiedevano sempre cosa portare, e dato che al cibo penso io, rispondevo sempre così». L’avventura inizia con l’iscrizione al Parma Home & Restaurant Festival. Per la prima volta ospiti sconosciuti, scegliere il tema, il menu, diffondere la proposta in rete e lasciare aperta la porta del rifugio. Oggi il suo appartamento, al secondo piano, ospita una piccola rassegna teatrale, cene di stagione e viaggi tra le cucine del mondo grazie al suo gioco preferito: sperimentare piatti e atmosfere. E chi arriva porta da bere.

CARLOTTA FIORE

«Faccio la storyteller da prima di sapere che avrei potuto trasformarlo in un mestiere: il mio giocattolo preferito era una macchina da scrivere di plastica». Ricorda Carlotta Fiore Storyteller & Content Manager: «Non ricordo se avesse, o meno, le ruote, ma ricordo che mi seguiva ovunque andassi. Ho capito presto che avrei voluto lavorare con le parole e, mentre facevo l’impiegata, la libraia, la receptionist d’albergo, l’impiegata e la libraia di nuovo, le parole reclamavano il loro spazio. Le accantonavo, fidandomi di chi chiedeva con l’aria di qualcuno che la sa lunga: "perché perdi tempo con queste cose?". Eppure «queste cose» mi riuscivano meglio di tutte le altre, così ho iniziato ideando un food blog che ha incuriosito alcune aziende per le quali ho realizzato i miei primi lavori e la fine della storia si è trasformata nell’inizio di molte altre. Ora mi occupo di stesura di testi per siti web, case editrici e riviste. Correggo bozze, faccio editing e revisioni di traduzioni. Sono una storyteller: cerco le parole perfette per descrivere piccole e grandi imprese, le persone dietro le quinte, i loro desideri e i gesti quotidiani. Sono content manager, perché scrivo anche tutto il resto». Il mondo è entrato nella rete, ma essere cliccato, veicolato, scelto, ascoltato e anche comprato ha ancora bisogno del potere affabulatorio delle parole: quelle giuste.

SARA CATELLANI E BARBARA CANDIANI

Indagini a 360 gradi. Due donne un po’ detective e un po’ scienziate. Sara Catellani è avvocato, Barbara Candiani una biologa. Mai viste prima, incrociano le loro strade ad un master in scienze forensi dei Ris di Parma, condotto dal generale Garofano, che per due anni le impegna in uno stage alla Medicina Legale di Parma. Da un corso e un’amicizia vera è nato lo Studio Galileo. «Chiunque può togliersi un dubbio o una preoccupazione. Offriamo servizi di investigazione che si sono sviluppati anche in base ai nuovi crimini. Partiamo dall’ascolto del cliente per immaginare un servizio su misura caso per caso». Racconta Sara appena tornata da Malta per una consulenza. «Si rivolgono a noi genitori in apprensione per un figlio forse tossicodipendente. Aiutiamo l’attività degli investigatori privati o mettiamo a disposizione dei nostri clienti un discreto kit "sos infedeltà"». Eseguiamo test del dna per minacce di stalking, ma anche servizi alle aziende in tema di sicurezza sul lavoro e predisponiamo perizie scientifiche finalizzate utili a corroborare l’attività difensiva degli studi legali. In tutt’Italia, a volte sulle navi mercantili o da crociera per i controlli di legge previsti per il personale viaggiante. Ci siamo incontrate e le nostre competenze hanno trovato una strada che era ancora da tracciare. Non ci manca il dinamismo e lo spirito d’innovazione. Come si chiama la nostra attività? Forensic scientists. Se suona troppo difficile pensate che se avete un dubbio che non vi lascia dormire noi possiamo aiutarvi a capire come stanno le cose».

SILVIA CORPIERI

L’abito bianco, un velo che si muove leggero, il colore dei petali, la luce delle candele. Immaginare all’infinito le possibilità del giorno più romantico. «Volevo un lavoro che mi facesse sentire come quando da bambina m’imbucavo nelle chiese per vedere la sposa, emozioni, momenti di magia. Ci sono voluti tempo e costanza, ma nel 2010 ho inaugurato Krisalide Wedding & Events, Da principio ho firmato piccoli eventi, serate charity e poi matrimoni via via sempre più impegnativi». Studia, cresce, Silvia Corpieri insieme alla sua Krisalide. Molti corsi, dal flower design all’event managment, in giro per l’Italia, fino ad un altro passo avanti: aprire una Scuola di Wedding Planner. «Dal livello base a quello avanzato insegno a gestire ciò che sta dietro all’organizzazione di un matrimonio. E’ un lavoro molto impegnativo, occorrono competenze diverse: da quelle di relazione a quelle organizzative, oltre ad un certo gusto personale che fa la cifra di ogni WP. Il lavoro non manca: con il tempo si è capito che la Wedding planner non è uno sfizio da ricchi, ma una consulente che aiuta a rispettare il budget e crea un evento armonioso. In pochi anni ho formato più di cinquanta ragazze. Alcune sono già riuscite ad aprire un’attività tutta loro, altre hanno iniziato a dedicarsi con più metodo a quella che era "solo" una passione. E’ altrettanto emozionante: seguire i loro passi e vedere le mie spose avanzare verso l’altare».

FADILA BEN AZIZA

«Vengo dalla Tunisia e vivo a Parma dal '97. In Italia da qualche anno prima. Ho iniziato ad esercitare come mediatrice culturale in Ospedale, dove ho vissuto il mio dolore più grande. Vivere una malattia grave, assistere un malato senza comprendere bene la lingua, lontano dal mio Paese, mi ha aperto un percorso, mi ha fatto sentire che in quei momenti chiunque ha bisogno di una mano. Dopo il periodo di volontariato nei reparti, ho frequentato il corso regionale e ho conseguito la qualifica di mediatrice interculturale per tutto il mondo arabo e anche per la lingua francese. Oggi esercito, tramite cooperativa in varie realtà di Parma e Reggio Emilia: il tribunale, il carcere, l’Azienda Ausl e assisto minori stranieri non accompagnati. Le mediatrici non si limitano alla traduzione, si mettono nei panni degli altri». A raccontare un lavoro, punto di collegamento tra due mondi, è Fadila Ben Aziza, oggi, tra le mediatrici culturali più attive in città. «Le donne tunisine hanno lottato per i loro diritti. Nel mondo arabo siamo le sole ad essere riuscite ad abolire la poligamia. Noi festeggiamo la donna sia l’8 Marzo che il 13 agosto, anniversario dei diritti che abbiamo conquistato, tra cui anche il divorzio. Dalle donne partono i ponti culturali, di relazione, di educazione delle nuove generazioni. Per le donne tunisine c’è un proverbio: una donna straniera non è mai straniera ad un’altra donna. Il mio lavoro è veder concretizzato quello che queste parole significano».

GIULIA TORELLI

Chiara Ferragni, Chiara Nasti e Chiara Biasi. Omonimie da fashion blogger, le prime della classe. Ma anche a Parma c’è una fashion blogger che sta facendo strada. Giulia Torelli, 28 anni viso acqua e sapone. Niente a che vedere col biondo platino e le foto ritoccate. Giulia lavora nei social media di aziende del settore, ma di lei non si vede molto in quella parte. Giulia è nel titolo rosa, scritto col rossetto, di «Rock’n’fiocc» il suo blog. «Rockandfiocc» sta per spegnere la decima candelina. «E’ il mio punto di vista: moda, viaggi, lifestyle, beauty, cinema. Nel corso degli anni, sostenuta anche dalla collaborazione con sito del settimanale femminile Grazia.it le aziende mi hanno notata. Le fashion blogger danno loro visibilità, nascono collaborazioni, le piattaforme social sono una vetrina privilegiata di un mercato giovane e continuamente in cerca di novità. Ho 16.000 followers, mi posso definire una microinfluencer. 16.000 accessi che curiosano tra quello racconto, scelgo, fotografo. Si fidano del mio parere». La moda vive molta vita in web, e Giulia è la testimonial ideale per quei brand che non sono interessati strettamente ai numeri, ma ad un ritorno sull’investimento che la sua collaborazione può garantire. «Tutto, però, è nato per gioco, per puro piacere e smetterò, se e quando si sembrerà solo un lavoro».

ERMELINDA PITTELLI

Ermelinda Pittelli, per tutti Linda, è una fundraiser, il suo lavoro è cambiare le cose. Il suo raggio d’azione quella parte di mondo che fa poco rumore. I fundraiser come Linda realizzano, in modo professionale ed etico, strategie di comunicazione sociale, marketing sociale e raccolta fondi per organizzazioni del non profit. «Gestiamo budget, risorse umane, organizziamo eventi, comunicazione e ci relazioniamo con i donatori. Questo è il mio dodicesimo anno da fundraiser» racconta Linda responsabile area Fund Raising di IBO Italia, un’organizzazione nata nel dopoguerra per ricostruire le case dei profughi. «IBO da 60 anni in Italia si occupa della formazione di giovani attraverso volontariato internazionale e dell’accesso all’educazione di bambine e bambini. Sono partita dall’ufficio progettazione, ma sono arrivata al fund raising perché significa dare, ogni giorno, la possibilità alle persone di sostenere un pasto caldo per un bambino in Romania, garantire l’accesso scolastico ad un ragazzo con disabilità in Tanzania, rendere possibile un corso di formazione per un ragazzo delle Ande peruviane, realizzare ogni estate campi di lavoro e di solidarietà per ragazzi che sceglieranno l’esperienza più bella della loro vita».

MONICA BOLSI

Monica Bolsi, è educatrice dal 2003 e qualche anno di militanza teatrale. Cinque anni fa, incontra la cooperativa «Seidame», una realtà tutta al femminile che si occupa di accogliere in casa bimbi dagli zero ai tre anni. «Non volevo rinunciare a crescere i miei figli (Zeno e Viola, che oggi hanno 11 e 8 anni). Cercavo di conciliare le mie esigenze familiari con il lavoro di educatrice. Sono stati proprio mio marito e i miei figli i grandi sostenitori della mia avventura come Tagesmutter, "mamma di giorno". Ai percorsi canonici ho sempre preferito le imprese impossibili». Il primo bimbo arriva a casa di Monica nell’ottobre 2013. Una casetta e un giardino alla prima periferia est che non rimarranno più senza piccoli ospiti. «Quella della Tagesmutter è un po’ una missione. Aprire la propria casa vuol dire anche accogliere nella propria vita, è un lavoro che devi desiderare. Sono giornate faticose, unica adulta in mezzo a diversi bambini, pronta a rispondere ai loro bisogni, a impostare progetti ludici ed educativi, è un ambiente protetto dove sei il loro unico riferimento». Del teatro è rimasta la passione per il racconto. «Racconto di me, le storie del mondo che stanno scoprendo, leggo spesso ai bimbi raccolti nell’angolo morbido del salotto. La lettura un po’ attoriale li incanta, così come, a me, incantano loro. Stanno un periodo, o mesi o anni. Salutarli è un momento difficile».

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