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Palpeggia e stupra una ragazzina: condannato a sei anni

Palpeggia e stupra una ragazzina: condannato a sei anni

12 Settembre 2018,13:15

ROBERTO LONGONI

La prima volta, lei non aveva nemmeno diciotto anni. Lui le palpeggiò seni e glutei e solo l'improvviso rientro a casa del padre di colei che era diventata la propria ossessione gli impedì di andare oltre. La seconda volta, lei era maggiorenne da soli sei mesi. Lui riuscì a prenderla con la forza, nonostante lei cercasse di sottrarsi al suo abbraccio. Per aggiungere sfregio allo sfregio, lui la fotografò prima che lei potesse coprirsi con i vestiti che lui stesso le aveva strappato di dosso. Da lì in poi, le volte in cui l'avrebbe accusata di essere una khaba (la parola più sprezzante per definire «prostituta» in arabo) non si sarebbero più contate.

Era il 2009. Le aggressioni rimasero sepolte nella memoria della ragazza sotto il peso del disgusto e dell'assurdo senso di colpa che spesso prende le vittime. Ci vollero sette anni, perché lei parlasse. Anni di silenzio e solitudine, prima che lei raccontasse ai carabinieri che cosa le era toccato subire. Ieri, la vicenda ha avuto la propria conclusione, con il giudizio di primo grado in tribunale. Il giovane tunisino di tre anni più vecchio che la ragazza ora 27enne ha indicato come il proprio aguzzino è stato condannato a sei anni di reclusione dal collegio presieduto da Paola Artusi (al suo fianco, Maria Cristina Sarli e Stefania Curadi), oltre al pagamento di una provvisionale di 10mila euro. Il pm Daniela Nunno a carico del trentenne aveva chiesto una condanna a otto anni.

Non è stato facile per la vittima denunciare. E questo anche per gli stessi motivi che facevano sentire il giovane libero di comportarsi come meglio credeva. «Dico tutto ai tuoi, dico loro che sei una khaba» lui la minacciava. E lei sapeva che anche solo il peso del sospetto in famiglia sarebbe stato insopportabile. Così rimase in silenzio.

E tacque un giorno di marzo del 2009, quando lui, scoperto che lei era rimasta sola in casa, le telefonò per chiederle un incontro. Lei - che fino ad allora aveva sempre cercato di vederlo con altri amici, per timore di ritrovarsi a tu per tu con lui - acconsentì, più che altro per evitare di affrontare la sua rabbia. Quando fece per uscire, se lo ritrovò di fronte. Il giovane la costrinse a rientrare in casa, la prese per un braccio e la trascinò in camera, dove allungò le mani. Quel giorno anche lui si prese una buona dose di paura. Fu quando sentì il rumore della porta di casa che si apriva all'improvviso. Era il padre della ragazza rientrato per recuperare qualcosa che aveva dimenticato. Il giovane si nascose sotto il letto, dove i suoi bollenti (e non contraccambiati) spiriti si raffreddarono.

Fu la prima violenza sessuale subita dall'allora diciassettenne, che provò a chiedere aiuto al fratello del proprio persecutore. Tentativo che scatenò la rabbia di colui che le dedicava attenzioni tutt'altro che gradite. Lui arrivò ad accusarla di avere una relazione con il fratello. Verso il Natale di quell'anno, poi, lui la seguì sul bus: approfittando della ressa dei passeggeri, la palpò. Poi la pedinò, strappandole lo zainetto dalle spalle: ne fece un'esca. Per recuperarlo, la ragazza seguì il proprio persecutore fino a una cantina, dove si trovò in trappola. Lui fu chiaro nel dirle che non l'avrebbe lasciata uscire fino a quando non avrebbe ottenuto ciò che voleva. Lei non riuscì a difendersi. E quando provò a gridare fu colpita da uno schiaffo sulla bocca. Poi, la foto e le minacce: «Dico tutto ai tuoi». Come se fosse lei a dover nascondere qualcosa. Ci sono voluti anni, ma alla fine il suo dolore è uscito da quella cantina.

© Riproduzione riservata

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