×
×
☰ MENU

Un'idea geniale di Pietro Barilla

Un'idea geniale di Pietro Barilla

08 Ottobre 2018,12:56

Stefania Provinciali

Fra i Musei del Cibo, che caratterizzano le specificità del territorio, il Museo della Pasta, collocato alla Corte di Giarola di Collecchio, fu fortemente voluto da Pietro Barilla, leader che seppe promuovere con lungimiranza il prodotto e la sua terra facendone un momento di cultura non solo del cibo ma dell’ingegno umano.

Il 14 ottobre in occasione della Giornata mondiale dell’alimentazione proprio al Museo della Pasta verrà scoperta una targa per ricordare il venticinquesimo delle scomparsa di Pietro Barilla, primo ideatore del museo.

Erano i primi anni Novanta quando i macchinari agricoli propostigli da Ettore Guatelli, il grande «raccoglitore» della civiltà contadina, furono acquistati pensando ad un museo. Seguì l’acquisto del macchinario del mulino di Tabiano e poi, nel 1993, l’attrezzatura di un intero pastificio dai F.lli Celle di Chiavari che ne erano entrati in possesso nel 1979 rilevando un’attività che, da oltre un secolo e mezzo, custodiva quelle macchine nei propri locali. Ma Pietro Barilla allora non sapeva che quel pastificio faceva parte, almeno idealmente, della storia della sua famiglia.

Quel pastificio era a bûtega da fidiâ ovvero il laboratorio da pastaio che nella prima metà Ottocento, Giuseppe Sivori, nato nei primi anni Venti, gestì a Chiavari. Un ramo della famiglia Sivori si trasferì a Parma negli anni Settanta dell’Ottocento dove esercitò l’Arte bianca e impiantò un laboratorio per la produzione di paste alimentari “all’uso di Genova”. Curiosamente Pietro Barilla Senior (1845-1912), fondatore, nel 1877, dell’omonimo pastificio e nonno di quel Pietro che nel 1993 avrebbe acquistato i macchinari di Chiavari, era imparentato con i Sivori: infatti il fratello di Pietro, Giuseppe, nato nel 1840, pure fornaio artigiano, aveva sposato Emilia, figlia del fornaio Giovanni Sivori presso il quale lo stesso Pietro senior fece i cinque anni di apprendistato per poter avviare la sua attività autonoma. I Sivori che si legarono ai Barilla erano originari della vicina frazione collinare di Santa Giulia di Centaura, posta amministrativamente sotto Lavagna, il centro attiguo a Chiavari, dove tuttora risiede la maggioranza delle famiglie italiane con quel cognome. Da Santa Giulia, a suo tempo, è certamente venuta a Chiavari la famiglia Sivori che gestì il pastificio, così come si trasferì a Genova quella di Camillo Sivori, il più famoso tra i violinisti allievi di Paganini, quella materna (emigrata in Argentina) di Papa Francesco (figlio di un Bergoglio e di Maria Regina Sivori) e quella del famoso calciatore Omar Sivori.

Quell’impianto che oggi rappresenta uno degli elementi portanti nella storia del Museo della Pasta, l’unico perfettamente ricostruito in uno spazio museale, è databile, nella sua configurazione originaria, intorno alla metà dell’Ottocento. Era mosso da una ruota collegata ad un motore attraverso un sistema aereo di alberi di trasmissione e di pulegge che trasmetteva la forza motrice ai singoli macchinari con cinghie in cuoio o tessute, secondo il sistema comunemente in uso tra il XIX e il XX secolo.

Cessata l’attività negli anni Ottanta e smontato nel 1993, il pastificio è stato integralmente restaurato dai tecnici del Gruppo “Medaglie d’Oro” Barilla e rimontato filologicamente per l’esposizione museale, testimone di un processo narrato negli spazi di Giarola dalle origini: dal chicco di grano al piatto di ogni giorno, passando attraverso i modi ed i mezzi che hanno reso la pasta alimento quotidiano degna di un museo.

Lo storico impianto si presenta costituito da un’impastatrice a molazza: un grande bacino circolare in legno di noce con mola verticale asimmetrica in marmo di Carrara, impiegata sia per impastare che per gramolare l’impasto; una gramola a rulli conici databile intorno al 1890, interamente in metallo, con vasca girevole e coni in ghisa, dotata di voltapasta, permetteva il “massaggio” dell’impasto. Gramole del tutto simili erano in uso al Pastificio Barilla nel 1910. Un torchio meccanico verticale ed uno orizzontale, tagliapasta a doppio nastro brevettato nel 1865 da Giovanni Battista Capurro, pastaio originario della provincia di Genova, che consentiva di tagliare in diagonale, a forma di penna, la pasta fresca senza schiacciarla, in formato variabile fra i 3 e i 5 centimetri (mezze penne o penne); trinciatrice-piegatrice databile agli inizi del Novecento aggiunta successivamente all’impianto, ad inizio Novecento e bilancia costruita dal bilanciaio Domenico Garbarino di Genova è databile alla seconda metà dell’Ottocento.

© Riproduzione riservata

Commenta la notizia

Comment

Condividi le tue opinioni su Gazzetta di Parma

Caratteri rimanenti: 1000

commenti 0

CRONACA DI PARMA

GUSTO

GOSSIP

ANIMALI