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Arte-Cultura

Verdi, monumento al mito

02 febbraio 2011, 23:54

Verdi, monumento al mito

di Egidio Bandini
Hanno giustiziato anche Verdi», titolava il «Candido» nel n° 50 del 1950 e, sotto il titolo Giovannino Guareschi scriveva: «A Parma il monumento a Giuseppe Verdi fu demolito nel Maggio del 1945. Il monumento a Verdi, opera dello Ximenes, era una maestosa costruzione che sorgeva nel piazzale antistante la stazione e veniva chiamato il “cementissimo” perché costruito massimamente in cemento armato. “Era stato danneggiato dalle bombe”, mi spiegarono, “e non valeva la pena di spendere quattrini a ripararlo perché era brutto”». Alla vigilia delle celebrazioni per il cinquantesimo della morte del Maestro, Guareschi se l’era presa con chi decise, quattro anni prima, di demolire il grandioso anfiteatro che, di fronte alla stazione, chiudeva la vista verso il centro di Parma con un doppio porticato semicircolare che ospitava le statue raffiguranti le opere verdiane ed una sorta di arco di trionfo sotto al quale, al centro dell’emiciclo, stava l’ara in granito con i bassorilievi di bronzo (sempre opera di Ettore Ximenes) oggi collocata  accanto al palazzo della Pilotta.
Nel 1950, però, le cose non stavano così e le poche statue rimaste, bassorilievi ed ara compresi erano finiti in una sorta di deposito rottami. Il tutto a poche settimane dall’anno del cinquantenario. Ovvio che Guareschi, inguaribile appassionato verdiano, ne fosse sconcertato: «Durante il periodo di preparazione al referendum istituzionale, a Parma venne fatto saltare con la dinamite il monumento a Vittorio Emanuele II nella piazzetta dell’ex Prefettura. Gli uomini della “liberazione” perciò non perdonarono a Verdi il fatto che egli, nell'altorilievo bronzeo del monumento stringesse la mano di Vittorio Emanuele II, né gli perdonarono il “Viva V.E.R.D.I.” ricordato nella stessa figurazione».
Dunque, proprio quel «Viva V.E.R.D.I. (acrostico di Vittorio Emanuele Re D’Italia)» che, oggi, viene preso a modello per celebrare, assieme al 150° dell’Unità d’Italia, anche l’impegno del Maestro a sostenere il Risorgimento appariva, allora, come motivo non solo della demolizione, ma anche dell’oblio in cui caddero i resti del monumento. Oggi, avvicinandoci al 2013, secondo centenario della nascita di Giuseppe Verdi, ci si interroga sul come dare maggior evidenza almeno a ciò che rimane del «cementissimo» inaugurato nel 1920 e, fra le tante proposte, arriva pure quella di riportare il monumento dov’era, o quasi: nel piazzale della stazione, facendo sloggiare lo storico inquilino Vittorio Bottego, finito anch’egli, nell’immediato dopoguerra, vittima del «piccone demolitore». Scriveva Guareschi nell’inchiesta di Candido: «Ora a Parma hanno distrutto e cercano di distruggere altre cose. E qui per esempio, si potrebbe domandare al sindaco di Parma dove sono andate a finire le due grandi figure in bronzo (fiumi Omo e Giuba) che prima facevano compagnia a Vittorio Bottego sul suo monumento. Il Comune non era alla “liberazione”, retto dai comunisti c’era una gestione provvisoria democristiana che prese due piccioni con una fava: accontentare gli estremisti antimonarchici ed eliminare l’enorme bronzeo altorilievo centrale che “dava scandalo” perché alcune delle allegorie erano piuttosto svestite. La giustificazione di fronte all’opinione pubblica nazionale sarebbe stata invece quella del danneggiamenti per via delle bombe, ma ciò è falso. Nella nostra inchiesta ci siamo anche preoccupati di sapere dove siano andate a finire le statue del monumento. Perché i parmigiani giustizieri di Verdi le regalavano a chiunque volesse portarsele via. Ne abbiam trovate alcune nel cinematografo d’un paese vicino al Po. E non ci siamo preoccupati di cercare le altre perché ci bastava quella malinconia». Cosa succederà? A giudicare da quanto accaduto nel 2001, ben poco. Anche lo sfratto a Bottego appare improbabile.
Più plausibile la collocazione delle copie delle statue di Ximenes lungo via Verdi, in un percorso che conduca direttamente (o quasi) all’ara in Pilotta, quattordici statue da una parte, quattordici dall’altra. Sì, perché oltre le 27 opere canoniche, per simmetria Ximenes aggiunse anche «L’inno di guerra».
Ora che via Verdi è a senso unico e il mercato bisettimanale torna in Ghiaia, la cosa è assai più facilmente realizzabile. Vedremo se si farà o, al contrario, come diceva Tomasi di Lampedusa, tutto cambierà perché tutto resti uguale.
 

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