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Parma

Padre Celso l'angelo dei detenuti compie 80 anni

03 novembre 2011, 17:37

Padre Celso l'angelo dei detenuti compie 80 anni

Andrea Del Bue

Col suo sorriso illumina le celle, allarga le sbarre. Lo fa ogni mattina, da più di dieci anni, Padre Celso Centis, cappellano del carcere. Il celebrare messa è una goccia nell’oceano del suo operato. Non c’è giorno di riposo o festività che lo trattenga a casa: il frate francescano non abbandona mai i suoi figli, quei carcerati che quotidianamente ricevono una parola di conforto. E non solo. Qualcuno, infatti, dice che il frate entra che pesa cento chili ed esce che ne pesa sessanta. Tonaca e cordone, infatti, nascondono pensieri per i detenuti: «Diciamo solo quello che si può dire – scherza il frate -. Una tasca è piena di caramelle, l’altra di sigarette. Poi ci sono dei taschini dove metto i francobolli. Ecco, basta così». Oggi, Padre Celso, originario di San Vito al Tagliamento, in Provincia di Pordenone, dove è nato nel 1931, compie 80 anni. E i tanti carcerati che assiste, nonché i volontari con cui è impegnato, gli hanno fatto un regalo, tanto semplice quanto sentito: una raccolta di ringraziamenti, di pensieri, di poesie. Sono quasi centocinquanta i detenuti che hanno voluto scrivere gli auguri a Padre Celso che, durante le visite di questi giorni, qualcosa ha captato: « Tutti mi fanno gli auguri – racconta -. Non riesco a capacitarmi di come tutti sappiano che compio gli anni, soprattutto in un luogo di segreti e silenzi come il carcere». Oggi gli verrà consegnata la raccolta, dove si leggono solo pensieri di riconoscenza. C’è chi ha fatto fatica a trovare le parole: «Cosa scrivere a te che sei sorgente che disseta ansie e paure? A te che scruti l’anima e passi da vita in vita senza far rumore?». Altri hanno trovato in Padre Celso un’ancora di salvezza: «Il freddo di queste mura gelava il cuore, mi sentii catapultato in mezzo all’oceano con il mare in tempesta, poi sei giunto tu, con il tuo lento andare e come un faro hai tracciato la via della salvezza». Il cappellano del carcere è benvoluto da tutti: tra le dediche dei detenuti non manca mai un riferimento alla persona buona, umile, altruista. C’è anche chi si sente in dovere di ricambiare tanta disponibilità con una promessa importante: «A te rivolgo i miei più sinceri ed affettuosi ringraziamenti per tutte le attenzioni che mi hai amorevolmente dedicato e che potrò contraccambiare unicamente offrendoti il segno tangibile del mio ravvedimento».
 Per molti carcerati, Padre Celso è la famiglia che non c’è più, l’amico che ha voltato le spalle: «Al vostro arrivo davanti alla mia camera avete riportato in me il calore di una famiglia, l’affetto di un amico e fatto sentire di nuovo viva questa vita». Sono persone che soffrono, i detenuti. A questo pensa il cappellano del carcere, non al giudizio: «Se uno va in ospedale dopo un incidente, non si parla di automobili, ma di guarigione – spiega il frate -. La stessa cosa deve valere per i ragazzi che sono in cella che, prima di tutto, sono persone che soffrono, che stanno male. Il mio compito è quello di rompere l’isolamento col mondo esterno, per riportare una finestra aperta, una speranza per ricominciare». E il rapporto tra il religioso e i detenuti prosegue anche dopo la libertà: «Quando escono – racconta – la prima telefonata che fanno è per me. Sono diventati la mia famiglia». Come Padre Celso non può fare a meno di loro, chi lo conosce non può fare a meno di lui, come spiega Don Umberto Cocconi, presidente di San Cristoforo, associazione che, insieme ad altre, svolge attività volontaria all’interno del carcere: «Come sarebbe più povera la nostra città senza la presenza di Padre Celso. E’ lui ancora una volta che ci sorprende facendoci lui il regalo di compleanno: ci rende importanti ed unici».

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