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Vita da arbitro: Michelotti si racconta

01 marzo 2013, 22:15

Vita da arbitro: Michelotti si racconta

Andrea Del Bue

Alberto Michelotti si racconta. Toglie di bocca il fischietto che l’ha accompagnato per anni sui più importanti campi del mondo, lungo i quali ha macinato chilometri da arbitro internazionale, e parla di sé. A ruota libera, ieri pomeriggio, nella sala Barilla della Famija Pramzana. L’occasione è duplice: 100 anni di Parma Calcio da festeggiare, Bicentenario Verdiano da onorare. Chi meglio di lui, una vita nel pallone e «Don Carlo» vivente del Club dei 27, per festeggiare 300 anni di storia tra maglie crociate e Cigno di Busseto. La platea è piena, l’organizzazione orgogliosa dell’evento: gli onori di casa spettano ad Anna Maria Dall’Argine, presidente dell’associazione parmigiana, i saluti di rito a Mirella Cenni, responsabile della sezione cultura, rappresentare le istituzioni a Walter Antonini, assessore allo Sport della Provincia. Attorno a Michelotti, insignito della «Scarpèta dora» nel 2012, sono accorsi gli amici: Enrico Maletti e Giorgio Capelli, dicitori vernacolari di alcune poesie, Maurizio Trapelli, in arte «Al Dsèvod» che imbecca l’aneddoto, stimola i ricordi. Si parte dalle origini «umili, che più umili non si può», in via Imbriani, «dove si sentiva ancora l’odore delle barricate». Famiglia di socialisti quella di Michelotti, «figlio illegittimo» di una mamma dalla scorza dura e di una nonna che tiene le fila dell’educazione. «C’era la miseria in quel periodo -  racconta -. Vendevamo le castagne sotto la volta di borgo Angelo Mazza». Con gli occhi che immortalano ogni giorno il teatro Regio e regalano sogni di bel canto. Al Conservatorio le botte morali («Vai via, tu sei un bastardo»), al Petitot, covo di camicie nere, le prime botte fisiche «della brigata fascista, per colpa di un amico rivelatosi un traditore». Famiglia di socialisti i Michelotti, «Arditi del Popolo». A tenere i piedi fermi e la testa alta, due gambe da sportivo, due braccia da futuro meccanico, una personalità da arbitro inappuntabile e valori saldi come non mai: «In casa mia ho imparato la libertà e l’indipendenza -  spiega -. E ancora: coraggio e rispetto».
Un po’ di scuola, quanto basta, e a 13 anni, con una lavoro in officina, il ruolo di capofamiglia. «Non è mai troppo tardi» è il motto che accompagna Michelotti, approdato non giovanissimo nel mondo del calcio. La scalata è rapida e talentuosa: tutti lo vogliono, la serie A arriva presto. Ci sono però da redigere i referti di gara: «Avevo studiato poco, non me la cavavo con la scrittura». E’ sconforto: «Torno a fare il meccanico a tempo pieno». Non se ne parla: gente come Gianni Brera e Cesare Zavattini gli insegnano a scrivere correttamente. Dal primo imita il vezzo del neologismo: «Chiarugismo», il vizio di simulare dei calciatori, da quel Luciano Carugi dalla caduta facile in area di rigore. Nel mondo dorato del pallone non dimentica i valori della madre: «Ero a Marrakesh, per dirigere Marocco-Algeria -  ricorda -. Un incontro delicatissimo: c’era la guerra per il petrolio». Emissari della squadra di casa ci provano con corruzione e minacce: «Dobbiamo vincere: c’è una villa per te a Marrakesh, il rogito è pronto». Seguono paura e terribile voglia di tornare in Italia, ma Michelotti, l’indomani, va in campo e, dopo pochi minuti, fischia un rigore in favore degli ospiti, che vinceranno 0-4. E il calcio di oggi? Senza regole e morale: «Quando certi campioni, idolatrati da tutti, vengono chiamati padri di famiglia mi viene una gran tristezza».
 

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