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Arte-Cultura

I corpi "autogenerati" di Marina Burani

04 marzo 2013, 20:01

I corpi

 Alessandra Pradelli
«Cos’è per te l’arte?». La domanda che ogni artista teme, complice il timore di essere fraintesi, di non trovare le parole adatte o di ripetersi. Marina Burani non vuole essere definita, dice che il suo lavoro è una luce nata dall’ombra e che l’arte «è quello che tu vuoi che sia».
 Artista reggiana da anni a Parma, Maria Burani è stata invitata dalla galleria Remo Gaibazzi per l’appuntamento del giovedì «Autoritratto d’artista - Il mestiere dell’intellettuale», svelando al pubblico ciò che si cela dietro le sue opere d’arte.
«Per me l’arte è ovunque, tutte le linee sono belle. Sono nata da una mostra di Giorgio Celli che visitai a Reggio Emilia quando ero molto giovane e la mia vita, da quel momento, cambiò radicalmente. La mia arte si è evoluta a partire dal naturalismo con il punto di vista del patologo e sulla base della psicanalisi».
È così che i suoi corpi perdono la connotazione di esseri viventi: «La vita dell’artista consiste in un’unica giornata e attraverso i miei quadri racconto la mia vita. Le parole sono infinita fonte di ispirazione, sono un’avida lettrice del vocabolario. Dipingo senza mai staccare la mano dal foglio, partendo dal pensiero di un solo piccolo dettaglio, il resto viene da sé. Penso sia così anche per gli scrittori».
Si esprime in bianco e nero e le sue opere traggono forza dallo studio dell’anatomia umana. «Il mio animo è surrealista ma non ci penso. Non voglio corrompere la natura con la cultura, è la natura stessa che diventa cultura attraverso la trasformazione».
 I corpi rappresentati dalla Burani sono congelati nel perfetto innesto con protomi animali, o mentre nascono dalla sezione anatomica di se stessi. Un’arte che richiama la metafisica e il surrealismo di Dalì e Magritte, non rassicurante ma «è rassicurante per me, è così che mi difendo». 

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