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Parma

Un'infinita eredità di parole. I Senzabrera ricordano Gioânn

09 marzo 2013, 00:06

Un'infinita eredità di parole. I Senzabrera ricordano Gioânn

 Andrea Del Bue

E’ stata una rimpatriata di «Senzabrera», ieri pomeriggio, alla Corale Verdi. Quelli che, nel conio di Gianni Mura, sono i nostalgici del grande giornalista Gianni Brera. 
L’occasione è la presentazione del secondo volume dei «Quaderni dell’Arcimatto» (edizioni Fuorionda), un libro a più mani uscito a vent’anni dalla morte dell’indimenticato giornalista. 
A moderare l’incontro è Giorgio Gandolfi, che legge uno degli ultimi scritti di Brera: è dedicato al Parma di Nevio Scala, «principe della zolla», con «tratti da contadino». A Claudio Rinaldi, caporedattore della «Gazzetta», il compito di passare in rassegna i neologismi più originali forgiati da Brera: «Intramontabile è una sua invenzione – spiega -: sarebbe un errore grammaticale, perché concessivo di un verbo intransitivo, ma oggi è su tutti i vocabolari. E ancora: libero, centrocampista, abatino, quest’ultimo forgiato su Livio Berruti, poi affibbiato a Gianni Rivera». 
Rinaldi ripercorre poi le principali tappe della carriera del giornalista pavese, a nemmeno 30 anni già direttore della «Gazzetta dello Sport». E racconta del primo incontro tra Gianni Mura, da molti definito l’erede del grande Gioânn (anche se lui assicura: «gli unici eredi di Brera sono i suoi figli»): «Mura si era messo i mocassini nuovi, mentre Brera lo accolse nel pollaio, avvertendolo di fare attenzione alla feroce oca De Gaulle. Mura pensò: “Questo Brera inventa anche sulle oche”, salvo poi accorgersi che l’animale somigliava davvero al generale». L’incontro finì a tavola, a stappare più di una bottiglia. Rigorosamente rosso. 
Perché Brera è stato scrittore, giornalista, storico, ma anche fine enogastronomo. E uomo di una «cultura spaventosa - spiega Beppe Maseri -. Con lui, ad essere spugne, si imparava tantissimo. Ricordo i tanti viaggi fatti insieme: quando passavamo sul Po, il “Padre Po”, si levava il cappello. Sul lavoro, poi, era un professionista inimitabile: pipa in bocca, cappello in testa e, ogni partita, due taccuini pieni di appunti e schizzi delle azioni salienti. Finito di lavorare, diventava spassosissimo: con lui, a tavola, un barbaresco dopo l’altro, si tirava facilmente mattina». 
Adalberto Scemma, uno dei curatori del volume, dopo aver spiegato le motivazioni che hanno portato alla pubblicazione dei «Quaderni dell’Arcimatto» («per recuperare una figura che rischiava di essere dimenticata»), ricorda l’umanità di dell’inarrivabile giornalista: «Un giorno, allo stadio – racconta -, mi chiese chi aveva passato la palla a Bonimba (altro neologismo breriano, è l’epiteto di Roberto Bonisegna, ndr). Diedi una risposta insicura e si inalberò, ma, chiusi i pezzi, mi abbraccio e mi sussurrò: “Ora diamoci del tu”». 
Ma non c’era solo il calcio nella vita di Brera: «Nel dicembre del ’74 toccò a lui la prolusione ad un concorso di pittura a Palazzo Te, a Mantova – racconta Enrico Pirondini, allora organizzatore dell’evento -. Fu una digressione straordinaria, senza pari, sull’arte contemporanea. E, in pochi lo sanno, fu Brera a scoprire pittori le cui opere, oggi, valgono una fortuna». 
Il cerchio dell’omaggio breriano si chiude con Luigi Bolognini, che forgia un neologismo per spiegare quanto è lontana la lezione di Brera: «Oggi impera il “chiunquismo” – osserva -: chiunque può scrivere di qualsiasi cosa». 
 

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