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Strajè-Stranieri

Quelle giacchette nere arrivate da molto lontano

10 marzo 2013, 00:26

Quelle giacchette nere arrivate da molto lontano

Beppe Facchini

«Impossibile non è camerunese»: è un detto popolare che profuma di coraggio quello ricordato da Fils Bertin, un ragazzone di 35 anni che nel 2008 ha lasciato la sua città, Douala, a sud dell’ex colonia francese, e si è trasferito a Parma per studiare Economia. La sua passione per il calcio non conosce confini e appena giunto in Emilia ha trovato subito il modo per continuare a praticarlo: «Un giorno un amico mi ha parlato di un corso per arbitri che stava per cominciare. Mi sono presentato e ho fatto subito amicizia con tante persone e da lì è iniziata un’esperienza che spero di continuare a lungo». 
Fils Bertin è stato un po’ l’apripista che ha sparso la voce tra i suoi connazionali e così nella sezione Aia «Ferruccio Bellè» di Parma, oggi si contano oltre cinquanta tesserati stranieri, tanto che da qualche mese è attivo un corso di italiano per aiutarli. 
«Nel 2009, quando ho iniziato, ero l’unico ragazzo africano -ha raccontato - ma con l’aiuto del presidente Fausto Avanzini e di tanti colleghi mi sono sentito subito accolto: mi è servito molto per inserirmi e conoscere la società italiana». 
Nel giro di pochi anni, Bertin è diventato un ottimo guardalinee che oggi è tutte le domeniche in giro per i campi della regione, dove non sempre «giacchette nere» col colore di pelle diverso vengono accolte nel migliore dei modi. «Una volta -ricorda infatti- ho espulso un giocatore perché, essendoci nella sua squadra avversaria un ragazzo del Senegal, mi ha detto: stai favorendo il tuo fratello nero. Anche se sono episodi rari, l’arbitro è prima di tutto un educatore, deve far capire ai calciatori che in campo si deve dare sempre l’esempio». 
Le stesse difficoltà iniziali le ha riscontrate Fabrice, 26enne arrivato anche lui dal Camerun per studiare e oggi direttore di gara in Serie C2 di calcio a 5. «Quando i dirigenti vedono un arbitro di colore, lo guardano un po’ con diffidenza perché, non sapendo bene la lingua, di conseguenza non dovrebbe neppure conoscere il regolamento. Ecco perché  ho capito che era importante imparare l’italiano alla svelta e devo ammettere che questa esperienza mi è servita un sacco».
Sentirsi chiamare «direttore» dai bambini è stata la più grande emozione vissuta da Fabrice, che oggi sogna di arrivare in Serie A. «So che è molto difficile, ma ci voglio provare. Di sicuro -ha concluso- la passione per questo sport è tanta». Per Bertin, invece, l’augurio è un altro: «L’arbitro è un essere umano, può sbagliare come tutti gli altri, ma c’è ancora gente che non lo capisce, in Italia come in Camerun, dove però coltivare questa passione è più pericoloso. Per questo spero che un giorno l’Aia collabori con la federazione del mio Paese, condividendone regole ed esperienze».