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Parma

Mazzamurro: "Quante battaglie negli anni di piombo"

10 marzo 2013, 19:56

 A nni di piombo, anni ancora  roventi nella memoria di Francesco Mazzamurro, funzionario  di polizia che nella nostra città  ha trascorso la maggior parte  della sua carriera. A Parma arrivò da commissario di fresca nomina, nel 1973: poteva sembrare  un fronte secondario, nell'Italia  attraversata da violenze e tensioni, e invece i borghi all'ombra  del Battistero erano uno snodo  strategico. Con una Squadra mobile più «mobile» di altre, spesso  chiamata a intervenire altrove, e  sempre nell'ombra. 

«Un gruppo  amalgamato alla perfezione - ricorda lui - con un'organizzazione  perfetta dei servizi, che rese questa città per una quindicina d'anni sicura e impenetrabile, tanto  da meritare l'appellativo di “oasi  felice”».
Fu a capo di questa punta di  diamante di borgo della Posta  che Mazzamurro venne messo  nel 1975. Qui, come «maestro e  collaboratore prezioso e fedelissimo, cui va sempre la mia ri conoscenza per quanto mi ha in segnato e la mia ammirazione  per la sua preparazione e l'impegno profuso in quei terribili  anni di piombo» trovò Ermes  Zappavigna. Fu proprio lui, il  leggendario maresciallo, «a suggerire la mia nomina» ricorda  Mazzamurro, per la successione  a Gianni Carnevale trasferito alla  Questura di Roma. A dirla tutta,  il giovane commissario ne avrebbe fatto anche a meno di quell'incarico. 
«Sia per la notorietà di  chi mi accingevo a sostituire, conosciuto come spericolato e onnipresente, che per il periodo che  il Paese stava attraversando, particolarmente turbolento. Peraltro, mi ero sposato da poco, e  l'idea di trascorrere la giornata  se non addirittura la notte in  Questura certo non mi affascinava».
Un trampolino di lancio che  gli avrebbe permesso di ottenere   cinquanta tra attestati di lode,  lettere di compiacimento, premi  in denaro, prima dell’attestato di  «merito speciale» per la lotta al  terrorismo e il conferimento della medaglia di bronzo al merito  di servizio negli anni 1980-1990,  di quella d’argento negli anni  1990-2000 e quella d’oro negli  anni 2000-2010 (dopo essere stato vicequestore vicario  a Lodi e  quindi a Verona, dove ha concluso il servizio nel 2005).
 Lui  immaginava che sarebbe  stata dura, ma non fino a tanto.  «Così come alto sarebbe stato il  rischio anche per i miei figli, allorchè col trascorrere degli anni  le operazioni contro il terrorismo aumentarono, e personaggi  di Prima Linea, Azione Rivoluzionaria, anarchico insurrezionalisti, Brigate Rosse ed esponenti  della destra neofascista  vennero catturati». Il buongiorno di quella sua nuova sfida, per  così dire, lo si vide dalla sera: la  sera dell'8 settembre, al suo debutto alla guida della Mobile.  Con l’allora sovrintendente Giuseppe Cosi, Mazzamurro decise  di perquisire un'auto con quattro persone a bordo posteggiata  all’altezza del distributore Total,  dopo l’arco di San Lazzaro. «Sotto il sedile dell’autista trovai nastro adesivo, passamontagna e  un rotolo di corda e celata in una  busta di plastica una pistola Beretta. I quattro si stavano accingendo a una rapina con sequestro di persona ai danni dell’imprenditore Salvarani».
    Nei ricordi del funzionario segue una lunga lista di nomi, indagini e blitz con quella che lui  chiama «la squadra», semplicemente. «Ricordo con ammirazione e senso di gratitudine gli  allora marescialli Nello Piacentini,  Girolamo Clemente, Antonio Caruso, Di Cosmo, Cristoforo  Cercello, Giuseppe Del Vecchio,  Giuseppe Cosi, i sovrintendenti  Bruno Cervini, Balilla Funicelli,  gli appuntati Luigi Ravo, Lombardini, Ezio Colatei, Gaetano Di  Benedetto e gli agenti Ezio Giorgi, Giuseppe Tramuta  e Giuseppe Festa. Rapine scoperte, arresti  di terroristi, la liberazione dell'imprenditore Girelli nel 1978,  con un'irruzione a Villafranca di  Verona. Ma anche salvataggi in  extremis. Come quello, nel 1979,  della piccola Cristina. La madre  l'aveva abbandonata sul greto  della Parma, simulando un sequestro: pochi minuti di ritardo  e sarebbe morta assiderata».
   Il 29 dicembre 1976, l'irruzione «con il maresciallo Del Vecchio e l’agente Giorgi in un appartamento del quartiere Montanara, essendo giunta la segnalazione che deteneva abusivamente due armi da fuoco.  Nell’uscire dall’abitazione, notai  il mazzo di chiavi, occultato sotto  una carpetta, che permetteva  d'accedere alla cantina che l'arrestato aveva negato di possedere. All'interno, un arsenale  straordinario di armi, munizioni  e bombe a mano, circa un migliaio, tutte in perfetta efficienza,  pronte all’uso per azioni terroristiche».
Nel 1979, «con Zappavigna e  altri della squadra, andammo in  trasferta a Bologna, per arrestare  Gianfranco Faina, il leader di  Azione Rivoluzionaria che si nascondeva in una mansarda». Il  nome di Mazzamurro è legato  anche a uno dei casi giudiziari  che hanno riempito più pagine  di cronaca negli ultimi decenni  della nostra storia. «Nel febbraio  del 1987 - racconta -  pochi giorni  prima del trasferimento alla Digos, arrestai all’aeroporto di Linate la ballerina polacca Katharina Miroslawa, indicata  come la  mandante dell’omicidio di Carlo  Mazza. La certezza della sua responsabilità la desunsi da una  telefonata che il giorno dell’omicidio la donna dalla Germania  fece a Mazza, acquisendo informazioni sui suoi spostamenti,  che poi comunicò con una telefonata al marito che si trovava  a Parma». 
  Pochi mesi dopo, sempre  un  night di Modena fu il crocevia di  un'altra inchiesta. «Un estremista di sinistra in quei giorni era  stato denunciato dalla Mobile  come autore di una rapina in  banca con due complici». Ma per  arrestarlo mancavano le prove.  «Così, sfruttando un momento  di crisi con la sua donna, una  ballerina dominicana di  un night di Modena, registrai su una  cassetta una finta conversazione  telefonica tra due ispettori, un  calabrese e un emiliano, nella  quale emergeva l’intenzione di  far tacere la donna perché a conoscenza di particolari scottanti.  Così riuscii a convincere la ballerina a parlare». Furono recuperate delle armi e il terrorista  venne  incastrato, prima che a  suon di rapine riuscisse a  finanziare la fuga di Mario Tuti dal  carcere di Porto Azzurro.
«Aver agito con coraggio e discrezione, senza creare allarmismi, che avrebbero sconvolto in  quegli anni di piombo la quotidianità serena dei parmigiani -  conclude Mazzamurro - è un merito di tutti gli uomini ricordati,  che hanno spesso rischiato senza  mai tirarsi indietro».