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Parma

Flores D'Arcais: "Camus, uomo in rivolta rimasto solo"

12 marzo 2013, 21:00

Flores D'Arcais:

Mariagrazia Manghi
«Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no». Questo è l’incipit de «L’Homme révolté» pubblicato nel 1951, l’opera di Albert Camus che ha segnato il distacco da Sartre e da gran parte dell’avanguardia intellettuale francese, e la cui analisi ha dato il via all’omaggio che Fondazione Teatro Due ha dedicato all’intellettuale premio Nobel della letteratura in una conferenza animata da Paolo Flores D’Arcais e inframmezzata da letture di frammenti dell’opera.
Una riflessione sul tema della rivoluzione, azione creatrice, unica soluzione per quanto precaria per dare un senso alla condizione assurda dell’esistenza dell’uomo, una lezione di coraggio, generosità e moralità ancora oggi attualissima, ha aperto «Solitaire e solidaire» la rassegna che, a cent’anni dalla nascita, affronta l’opera di Camus, scrittore, uomo di teatro e filosofo.
Flores D’Arcais ha inquadrato storicamente il percorso di Camus, la guerra, l’esperienza della resistenza, il rapporto della Francia con le colonie, come l’Algeria, in cui lo scrittore era nato, la guerra fredda. Da Cartesio con «cogito ergo sum», Camus approda a «mi rivolto, dunque siamo», vale a dire che, all’assurdo dell’esistenza, si può rispondere solo scegliendo la rivolta, che è un fatto collettivo, che mette in relazione gli individui, che genera comunicazione e solidarietà, è avventura di tutti.
Ma la rivolta – dice Camus – può portare a risultati che la contraddicono, può diventare l’alibi per nuovi tiranni, finisce per dar luogo ad altre schiavitù.
Nel saggio «L’Homme révolté» Camus analizza le varie forme che storicamente la rivolta ha assunto, dall’antichità al Marchese De Sade, da Saint-Just a Max Stirner, da Lenin a Mussolini. Altrettanto paradossali gli esiti del nichilismo filosofico e storico, da Dostoewskji a Nietsche, ai surrealisti: in apparenza è la rivolta per antonomasia, contro tutto e tutti, che finisce però in un deserto etico, che apre la strada al dominio del più forte.
«Sotto la promessa di una giustizia assoluta fa passare la perenne ingiustizia» cita il brano recitato da Massimiliano Sbarsi, attore di Teatro Due. La critica al totalitarismo sovietico lo isolerà. La recensione al suo saggio, violenta, esce sulla rivista degli esistenzialisti a firma di un giovane collaboratore allievo di Sartre che lo demolisce definendolo un «utile idiota della borghesia e della destra».
 Camus, come l’uomo in rivolta resta un cavaliere solo. Ma il suo messaggio di coerenza tra morale e politica, ascoltato a Teatro Due da un pubblico numeroso, con molti giovani, che hanno gremito lo Spazio Bignardi, insegna che la fedeltà agli ideali è un impegno concreto, che ci si prende e a cui non ci si può sottrarre e che ciascuno comportandosi eticamente nel proprio quotidiano, compie la sua rivolta.