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Arte-Cultura

Musica, dolore e voglia di ricominciare

14 marzo 2013, 00:32

Musica, dolore e voglia di ricominciare

Luca Pelagatti

Il ritmo è tutto. E William Orsini lo sa bene. Lo sa da quando incideva nelle cassette TDK  - qualcuno se le ricorda ancora? -  canzoni che profetizzava già playlist su  MTV, da quando un pianoforte  volenteroso era la bacchetta magica  per dare voce a un sogno.
E ancora di più da quando un produttore – proprio quello lì, quello famoso, quello che conosce tutti e che non sbaglia un colpo - decide che William con i suoi accordi sgangherati  ha qualcosa di speciale. Tanto da spianargli la strada. Ovvero fargli incidere un disco. Ma questo è prima. Prima che la vita vera, non quella delle sale di incisione, presenti  il conto e che William scopra di colpo che una canzone dura tre minuti. Mentre il dolore va avanti per una vita. E che per proteggersi l’unica cosa da fare è indossare i   guanti. Proprio gli stessi guanti che danno il titolo al nuovo libro di Daniele Cobianchi  («Dormivo con i guanti di pelle», Piccola Biblioteca Oscar Mondadori,  11 euro).  E sono di una pelle più spessa di quella dei guanti di un pugile. No, non fraintendete.
Il secondo romanzo di questo quarantatreenne manager parmigiano trapiantato nel mondo della  Milano che comunica, non  racconta una storia di cazzotti o violenza. Se non quella che, purtroppo, ognuno sperimenta nel vivere di ogni giorno.
Al contrario, in questo romanzo che si legge d’un fiato,  Cobianchi  indossa i guanti come un musicista usa la sordina. E tutta la storia è intrisa di musica. Ma non sempre i pezzi migliori si eseguono lasciando andare il fiato a pieni polmoni, accatastando accordi alla rinfusa sulle dodici corde di una chitarra alla Bob Dylan.  Talvolta la voce va modulata con garbo. I guanti diventano allora come un diaframma per dosare le emozioni, per tenere a bada il dolore. Per dominare una debolezza. Tutto questo mentre intorno i comprimari, al contrario, urlano e strepitano con la volgarità che forse è una delle vere sciagure del tempo nostro. William Orsini invece cesella il suono senza cedere al fascino dell’acuto sguaiato con lo stesso garbo  con cui, sempre con  i suoi guanti, accarezza la pelle di Naike, la giovane donna – guarda caso redattrice di una rivista rock – che un giorno incontra in metropolitana. E che con la sua sterminata fragilità gli insegna che a volte occorre lasciarsi andare. Togliersi i guanti, aprire le mani e provare a volare. Possibilmente insieme,  rimettendo insieme i cocci e provando ad ammaestrare le paure.
Già il primo romanzo – «Il segreto del mio insuccesso», Mursia 2006 -  aveva la scansione di un successo pop.
In questa opera,  molto più matura e complessa, Cobianchi mantiene la forza evocativa delle sette note ma aggiunge una armonia più profonda. Verrebbe da dire più adulta  e forse, amara.
A margine poi, descritta con ironia mai sarcastica passano le piccole grandi paranoie di una città che Cobianchi conosce bene e di un mondo -  quello dei media, della creatività – che spesso si atteggia. Per rendere meno evidente un vuoto.
Alla fine della storia resta nel lettore l’eco mai banale di una lunga melodia densa di cambi di ritmo  e  il ricordo di alcuni personaggi tratteggiati con precisione iperrealista, come il pianista di piano bar pelato e rancoroso,  che rappresenta l’antagonista di William in un ideale duello all’ultimo  gorgheggio. A volersi limitare alla trama in superficie sembrerebbe essere il pianista a vincere.
Ma la realtà è ben diversa perché alla fine i guanti non servono più e c’è una storia  diversa da vivere in due.  E ovviamente una canzone. Del tutto nuova da cantare.
Dormivo con i guanti di pelle - Mondadori, pag. 197,  euro 11,00