Sei in Archivio

Parma

Giovanni Impastato: "L'esempio di Peppino vive"

16 marzo 2013, 00:50

Giovanni Impastato:

Beppe Facchini

«Se questa è la mafia, mi batterò tutta la vita contro». 
È il 26 aprile 1963 e per Peppino e Giovanni, due ragazzini abituati a trascorrere intere giornate nella tenuta dello zio cacciando lucertole e correndo nei prati, l’infanzia finisce con il boato di una Giulietta fatta esplodere da un carico di tritolo. A bordo c’erano Cesare Manzella, il boss malavitoso che ospitava i due giovanissimi nipoti, il latitante Luciano Liggio e un modo di vivere che Peppino capì in quell’istante di non poter più sopportare. 
In una libreria «Ubik» stracolma di gente, ieri sera, Giovanni Impastato ha voluto iniziare così il ricordo di quel fratello ucciso barbaramente da Cosa Nostra nel 1978. E l’occasione è la presentazione di «Resistere a mafiopoli», libro-intervista scritto con il giornalista Franco Vassia. Incalzato dalle domande di Enrico Gotti, collaboratore della Gazzetta di Parma, e accompagnato nel ricordo da William Gambetta, del Centro Studi Movimenti, Impastato non ha ripercorso solo le battaglie sociali di Peppino, ma anche il dolore di una famiglia che, dopo il suo prematuro sacrificio, ha trovato la forza di opporsi ad un sistema di potere intriso con la storia siciliana per troppo tempo.
«E’ stato un figlio del suo tempo - ha sottolineato il fratello - sceso in piazza contro l’abusivismo, contro la guerra in Vietnam, al fianco di operai e studenti». Una figura che ha rappresentato una «forte rottura sia nella società siciliana che nella nostra famiglia. Mio padre - ha aggiunto Giovanni - non era un boss, ma pur sempre un mafioso. Ed è proprio questo coraggio a rendere mio fratello un modello per molti giovani». 
L’8 maggio 1978, mentre a Roma viene ritrovato il cadavere di Aldo Moro in via Caetani, sui binari della ferrovia di Cinisi giace il corpo carbonizzato di Peppino, a pochi giorni dalle elezioni che lo vedevano candidato con Democrazia Proletaria. «Con la sua radio ed il suo giornale faceva paura alla mafia - ha continuato Giovanni - perché prendeva in giro i boss, derisi alle spalle dalla gente. Avevano capito che quel ragazzino non stava giocando a fare la rivoluzione, ma faceva sul serio. E sarebbe riuscito a sconfiggerli».
 Una parte della stampa, subito dopo il ritrovamento del cadavere, parlò di «terrorista suicida», mentre tra le forze dell’ordine e le istituzioni qualcuno cercavano di infangare le indagini. Peppino, però, non era più solo, qualcosa nella sua terra era cambiato e la verità, grazie alla madre e al Centro Siciliano di Documentazione a lui intitolato, è stata consegnata alla storia. «Come sempre si è cercato di distruggere qualcosa di positivo - ha concluso Giovanni Impastato - ma stavolta non ci è riuscito nessuno».
 

© RIPRODUZIONE RISERVATA