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Fotografia

Uliano Lucas, il fotografo che sa mettersi in ascolto

16 marzo 2013, 00:54

Uliano Lucas, il fotografo che sa mettersi in ascolto

Margherita Portelli

Cinquant'anni di storia sono sfilati davanti al suo obiettivo. Ma lui, «scultura vivente della fotografia italiana» (per dirla con le parole della direttrice dello Csac Gloria Bianchino), non si è limitato a scattare.
Un intellettuale non più neutrale, Uliano Lucas, che ha preso posizione, decidendo di restituire la sua lettura della realtà. Era ospite ieri a Palazzo del Governatore, Lucas, per partecipare alla presentazione del libro a lui dedicato, e firmato da Lucia Miodini, «Uliano Lucas» (Bruno Mondadori, 218 pagine, 19 euro). Di fronte a una platea di ragazzi, ha schivato il microfono finché è riuscito, ma - quando non ha più potuto evitarlo - lo ha impugnato con fermezza per raccontare la sua vita.
Laura Maria Ferraris, assessore alla Cultura del Comune, ha introdotto l’incontro   per poi «passare la palla» a Gloria Bianchino, che ha moderato la presentazione.
Tatiana Agliani, ricercatrice della comunicazione visiva, ha sottolineato alcuni aspetti del lavoro di Lucas. «Nell’intera sua opera c’è un rapporto innegabile tra attualità e storia - ha spiegato -: storia non come passato, ma come insieme di esperienze utili alla costruzione del proprio presente». È fotoreporter, Lucas, ma è anche critico: «Lo capiamo dalla scelta di raccontare mondi altri - ha aggiunto la Agliani -: gli anziani, il disagio sociale, la psichiatria. Nei temi  ma anche nello stile del racconto».
Lo storico William Gambetta si è poi soffermato sull’importanza della fotografia come fonte: «Studiare fotografi come Lucas diviene fondamentale per gli storici. Il libro della Miodini ricostruisce la dimensione intellettuale dell’artista, ma anche la vita e il contesto storico del fotografo».
In molti, per commentare il lavoro di Lucas, ripetono la parola «relazione». «Ha la capacità di mettersi in ascolto - dice  Marco Deriu, sociologo -. I suoi viaggi nascono e vivono da relazioni. Riesce a farci entrare in un vissuto, nelle sue immagini non c’è mai un’interpretazione meramente estetizzante».
«C’è sempre una negoziazione fra Lucas e i soggetti delle sue fotografie: una partecipazione, un aspetto relazionale. Il perfetto contrario dello scatto rubato - dice  Lucia Miodini, studiosa del Csac dell’Università di Parma e autrice del libro - La sua fotografia non è soltanto fonte, ma trascrizione della realtà, che diviene, quindi, interpretazione».
Cresciuto nel quartiere Brera, Lucas ha potuto respirare già dalla fine degli anni ‘50 una grande vivacità culturale. Lui stesso si dice fortunato, perché protagonista di «incontri meravigliosi»: «Giocavo a carte con il fratello di Gramsci - ricorda il fotografo  -: al Jamaica ho conosciuto intellettuali e fotografi freelance straordinari. Scelsi di fare il freelance perché volevo essere libero dalle committenze».
 Libero dalle agenzie fotografiche, insomma, e dall’informazione governata da «editori non puri». «Ho iniziato a raccontare altre storie: le storie della quotidianità della vita, che venivano pubblicate da un ristretto numero di giornali. Oggi come allora viviamo in  una situazione culturale e politica in cui i centri di potere producono informazione e indirizzano il pensiero».