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Di quelle pire l'orrendo foco...

16 marzo 2013, 19:56

Di quelle pire l'orrendo foco...

Edoardo Malvenuti

Un cadavere brucia in tre, quattro ore. Il fuoco consuma la legna, il sudario. Mangia la carne. Mangia le ossa. Lascia braci bollenti, un mucchio di cenere, fumo grigio che impesta l’aria. Si può impicciarsi: così vicino che irrita gli occhi, che respiri la combustione del corpo umano. Sui ghat di Varanasi, che sono centinaia, che sono scalinate aperte sulla riva occidentale del Gange, la morte ha tutto il disordine della vita: sporca, spudorata, senza disperazione. Il latrato di un cane apre la strada al corteo che cammina col morto in spalla. I doms insistono in un mantra magnetico: sono gli intoccabili che si occupano delle cremazioni. Per loro è una faccenda spiccia, che si vende a peso. Quello della legna che serve a montare la pira. Cataste di tronchi piegano i bracci delle bilance giorno e notte intorno a Manikarnika, il principale ghat di cremazione. È qui che una tradizione indù vuole che sia caduto un orecchino di Shiva, e che il dio terribile sussurri la preghiera del trapasso nelle orecchie dei defunti. Varanasi, l’antica Benares, è la più sacra delle Sapta Pun, le sette città sacre di induismo e giainismo, dove da più di quattromila anni un intero continente ha fatto, fa, farà di tutto per venirci a morire. Perché solo questa latitudine garantisce al defunto di sfuggire alla ruota del samsara, l’inesausto ciclo di morte e rinascita che ritorna nella dottrina di diverse religioni indiane. In cenere o smozzicato, quel che resta di un corpo si smaltisce nelle acque della Grande Madre Ganga. Che per gli indiani è donna, è ventre, è tomba. Ci si lavano i peccati, il corpo e i panni nel raggio di qualche metro. Durante le abluzioni della mattina presto, nell’acqua nera, nell’acqua ingolfata di ghirlande di fiori e gettate d’acqua di fogna, si partecipa ad un silenzio irreale. Quello possibile solo prima e dopo la furia. Sagome emergono dalla foschia, da una patina di luce e polvere, che è l’alba, è un occhio malato che sfuoca i contorni. Uomini vestiti d’un pezzo di stoffa alla vita si inchinano al fiume, si gonfiano i palmi d’acqua, se la fanno scappare tra le dita. Una preghiera muta s’articola su labbra che sbattono le une sulle altre. Le carezze sugli occhi chiusi, poi giù fino alla testa. È un sacro ventrale e assoluto quello di Varanasi. Sta conficcato dentro le cose, dentro le pietre: lì dove gli dei si spartiscono lo spazio con escrementi di uomini e animali. Un sacro che sa ad un tempo di petali e d’urina. Come i vicoli massacrati della città vecchia, gheriglio fetido e festoso, dove il tempio d’oro dedicato a Shiva – il Kashi Vishwanath - convive addosso a botteghe d’antichi, di seta, di tè, di un anziano che vende zucchero filato rosa. Poi ci sono le vacche, le bestie sacre, che ingolfano il traffico già insensato di questa città, ruminano qualche sacchetto di spazzatura stracciato, poi cascano a riposare placide negli angoli. È il caos: di grumi di traffico che saturano lo spazio stradale, di incontri di rette e curve, che sono destinazioni in hindi disegnate sui manifesti di una qualche scassata agenzia di viaggio. È il caos: di gente stipata in tane nere dove le ciabatte si ammucchiano sulla soglia, di rotoli di pelle bruna strizzati tra il reggipetto e la gonna, di pance abbondanti che sfuggono al viluppo dei veli. Sono un mistero e un incanto le donne indiane: sono quelle che avremmo visto impastare sterco ai margini di un campo, accovacciate, vestite di sari abbagliati, fuori dal finestrino di un treno. Per arrivare nella ridda sfrenata di questa stazione, dove bambini raccolgono alluminio nei canali di scolo tra le rotaie, scalzi, neri. E la gente è rovesciata dappertutto. Mutilati, malrasati, nudi, non fa più differenza ormai. In India prende una anestesia della compassione come da nessuna parte. Perché succedono più cose di quante sia possibile. Perché ci sono più persone di quante sia sensato. Questa è altra roba, è roba forte. Incomprensibile e irripetibile. Come gli occhi di un uomo accovacciato a terra nel Durga, il tempio delle scimmie. Sono immobili, fissi su qualcosa di ulteriore a tutto questo. Dentro un mistero infrangibile ad occhi aritmetici. I nostri occhi. E allora si resta spettatori un po’ straniti, un po’ scemi, mentre catene di mani strisciano contro le pareti umide di cera, da impastare sulla fronte in sbavature scarlatte. Piedi scalzi, piedi d’oro, piedi irrimediabilmente macchiati di viola s’accalcano per ricevere qualche schizzo benedetto. Sfiorano la mano del sacerdote bramino, calcano una banconota da dieci rupie nella cassetta delle offerte. Poi uno alla volta scuotono una campana che pende dal soffitto, si segnano la fronte. Presto ritornano a sgomitare contro un muro di claxon assordanti. Che è la strada, che è la vita da queste parti.

Notizie utili

Varanasi si trova nello Stato dell'Uttar Pradesh, nel Nord Est dell'India. Un tempo si chiamava Benares. Essendo nata quattromila anni fa, è la città popolata più antica del mondo. Varanasi è la Città Sacra degli Induisti. Ogni Induista, almeno una volta nella sua vita, deve essersi recato a Varanasi e qui deve immergersi nel sacro fiume Gange almeno da 5 diversi ghats. I ghats sono delle rampe di scale di pietra che terminano all'interno dell'acqua del fiume. Ogni mattina all'alba, gli Indù iniziano a compiere dai ghats le proprie abluzioni. Il posto migliore per i turisti che vogliono assistere a queste cerimonie rituali è da una barca che risale il fiume.
 

 

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