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Laura Boldrini nuova presidente della Camera, Piero Grasso al Senato

16 marzo 2013, 14:18

Laura Boldrini nuova presidente della Camera, Piero Grasso al Senato

Laura Boldrini è il nuovo presidente della Camera. Il raggiungimento del quorum di 310 voti è stato salutato da un fragoroso applauso. L'applauso dell’Aula si è levato al raggiungimento del quorum. Laura Boldrini sta seguendo lo spoglio, ancora in corso, da una sala vicina all’Aula. I deputati della sinistra si sono alzati in piedi per applaudire, a loro si sono aggiunti gli eletti dell’M5S. Divisi i deputati del Pdl, molti dei quali non hanno applaudito. Laura Boldrini è stata eletta presidente della Camera 327 con voti.

Alle 18.45, alla quarta votazione, è stato eletto alla presidenza del Senato l'ex procuratore antimafia Piero Grasso: 137 i suoi voti, i 123 del suo partito e altri 14, che dovrebbero provenire dall'area 5 Stelle e forse da qualche montiano. Renato Schifani (Pdl) che ne ha presi 117. Luis Alberto Orellana (M5S) ha avuto 5 voti, Gaetano Quagliariello (Pdl) un voto. Le schede bianche sono state 52, le nulle (in cui si contano quelle per Orellana) sono 7. Presenti 313, votanti 313.

IL PROFILO - BOLDRINI, DAI CAMPESINOS A MONTECITORIO

 Laura Boldrini inizia oggi «con cura ed umiltà» un viaggio – nella Camera più giovane e popolata di donne della storia repubblicana – con lo stesso entusiasmo con cui a vent'anni, un’estate, si avventurò armata di passione nelle risaie venezuelane determinata a dare una mano ai campesinos.
Quell'esperienza fu la svolta della sua vita. Una sorta di folgorazione su un mondo di privazioni, fino allora neanche immaginato, che ha segnato tutta l’esistenza di questa donna tenace, disciplinata, battagliera, mai timorosa di esporsi in prima persona nella difesa degli 'ultimi della Terrà, come attestano i 24 anni spesi al servizio delle Nazioni Unite. Anni frenetici, con la valigia sempre pronta, in giro tra le terre più straziate del mondo, dall’ex Jugoslavia alla Georgia, dall’Iraq all’Afghanistan.
Una vita da migrante, ancorata però ad un punto fermo: la famiglia. Quella di origine a Jesi, nelle Marche, dove è cresciuta con i quattro fratelli, il papà avvocato con il pallino per il latino e il greco e la mamma insegnante di arte. E poi l’amata figlia Anastasia, cresciuta nella casa romana di Monteverde ed oggi matricola di scienze politiche in un’università britannica. Da bambina non era sempre facile per Anastasia accettare di doversi 'separarè spesso da questa mamma un pò diversa dalle altre che andava lontano ad occuparsi di chi aveva bisogno. «Certo – disse una volta quando ancora frequentava le elementari – se questi bambini poveri che hanno fame si aspettano che la mia mamma gli prepari la pasta, ci resteranno male...». Di fatto – spaghetti a parte – di piccoli rifugiati, privati di tutto, a cominciare del diritto di essere bambini, Laura Boldrini ne ha aiutati veramente tanti. E per loro si è battuta come una tigre, proprio perchè Anastasia e tutti i bambini fortunati potessero vivere un giorno in un mondo di uguali, con pari dignità e diritti.
Era il 1998 quando lo sguardo della combattente Boldrini si è fermato – e mai più distolto d’allora – sulle migliaia di disperati che, braccati da guerra e miseria, tentavano l’approdo sulle coste italiane, pigiati su improbabili carrette del mare. Si deve anche a lei – portabandiera dell’Unhcr ed esperta come pochi del settore dell’informazione – se in questi ultimi tempi la sopita tradizione all’accoglienza degli italiani si è risvegliata, bilanciando la tragedia dei respingimenti.
Simbolo della battaglia in difesa dei migranti, Boldrini è stata più volte nel mirino dei suoi detrattori, soprattutto all’epoca del governo Berlusconi. «Disumana e criminale» la definì Ignazio La Russa nel 2009, quando era ministro della Difesa dopo la condanna dell’Unhcr alla politica dei respingimenti praticata dall’Italia. Paradosso: lo stesso anno Famiglia Cristiana l’ha nominata 'Italiana dell’annò per il costante impegno a favore dei rifugiati. Un’esperienza umana che Boldrini ha voluto condividere affidando una delle tante storie di disperazione raccolte in prima persona ad un libro dal titolo simbolico 'Tutti indietrò. A giorni uscirà in libreria un altro suo romanzo 'Solo le montagne non si incontrano mai: storia di Murayo e dei suoi due padrì, ambientato nel 1994 tra Somalia e Sicilia.
Il giorno prima di diventare la terza donna nella storia a sedere sullo scranno più alto di Montecitorio, il neo deputato di Sel Boldrini aveva affidato al diario che tiene su 'Repubblicà le impressioni del suo 'primo giorno di scuolà tra i banchi del Parlamento. Stupore, volti sconosciuti, per la prima volta la fila al bagno delle donne, la liturgia delle votazioni, l’incertezza di riuscire a dipanare la matassa per dare all’Italia un Governo e soprattutto una richiesta: «lasciateci lavorare» per cambiare le cose, per dare delle risposte ai tanti che vivono nell’ansia alle migliaia di giovani disoccupati.
«La politica come passione». È a questo che guarda il nuovo presidente della Camera come sottolineato ai deputati nel suo primo discorso da presidente. «Ora la Camera sia la casa degli ultimi», ha detto anche Boldrini. Parole in sintonia con quelle di Papa Francesco, determinato a ripartire dai poveri.

IL PROFILO -- GRASSO, PER 43 ANNI A CACCIA DI MAFIOSI

Quarantatre anni a caccia di boss e mafiosi: così si può sintetizzare il curriculum di Pietro Grasso, il candidato di Bersani alla presidenza del Senato.
Grasso entra in magistratura il 5 novembre 1969. Prima nomina: pretore a Barrafranca (Enna) fino al settembre 1972, quando viene trasferito alla Procura di Palermo. Per 12 anni è sostituto procuratore e ha diretto indagini scottanti come quella sull'omicidio di Piersanti Mattarella. Dal settembre 1985, è giudice 'a laterè nel maxiprocesso – apertosi il 10 febbraio 1986 e conclusosi il 16 dicembre 1987 – e culminato con 19 ergastoli e 2.665 anni di reclusione. Scrisse la monumentale sentenza: 7.000 pagine in 37 volumi. Nel febbraio 1989 è consulente della Commissione parlamentare Antimafia, sotto la Presidenza di Gerardo Chiaromonte e, poi, di Luciano Violante. Nel maggio 1991 è chiamato da Giovanni Falcone al Ministero della Giustizia come esperto impegnato in tutti i problemi attinenti alla criminalità organizzata ed alla connessa attività di iniziativa legislativa.
Dopo la strage di Capaci, ha sostituito Falcone come componente della Commissione Centrale per i programmi di protezione di testimoni e collaboratori di giustizia.
Dal gennaio 1993 è alla Procura Nazionale Antimafia e collabora alle indagini che portano alla cattura di Leoluca Bagarella. Poi è applicato alle indagini sulle stragi del '93 di Firenze, Roma e Milano. Nel maggio 1999 è nominato, dal procuratore Pier Luigi Vigna, procuratore nazionale antimafia aggiunto. Un ruolo ricoperto fino al 5 agosto 1999, quando va a dirigere la Procura di Palermo. Sotto la sua direzione sono state eseguiti 1.779 arresti per mafia, catturati 13 latitanti - tra i 30 dei più pericolosi – ottenuti 380 ergastoli e centinaia di condanne per migliaia di anni di carcere. Sequestrati beni per circa 12.000 miliardi di vecchie lire.
Dal 25 ottobre 2005 è Procuratore nazionale antimafia ed ha dato impulso e coordinato le più importanti indagini (ha riattivato, attraverso le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, le indagini sulle stragi di mafia del '92-'93). L’11 aprile 2006, a conclusione di una strategia investigativa già iniziata quando era a capo della Procura di Palermo si è giunti, dopo 43 anni di latitanza, alla cattura di Bernardo Provenzano.
Nell’autunno del prossimo anno il suo incarico di Procuratore nazionale antimafia si sarebbe concluso. Sarebbe potuto restare in magistratura sino al primo gennaio 2020. Ma ha deciso di dare le dimissioni irrevocabili dall’ordine giudiziario lo scorso dicembre, quando ha ufficializzato il suo passaggio in politica.

PAGLIARI E LA COMMEMORAZIONE DI MORO

"Che emozione commemorare, nell'aula parlamentare, il 35esimo anniversario del rapimento di Aldo Moro e dell'uccisione degli Uomini della sua scorta. E come non cogliere l'attualità del messaggio morale e politico di quella tremenda pagina. Il clima di tensione sociale, il terrorismo, il governo di solidarietà nazionale costituito proprio per affrontare quella drammatica situazione e il rispetto della legalità, che ebbe come conseguenza, tremenda, l'omicidio di Aldo Moro. Fu una scelta che recò con se i drammi personali di uomini come - tra gli altri - Zaccagnini e Cossiga. Venne però in questo modo salvaguardata l'uguaglianza di tutti davanti alla legge, cardine fondamentale dello Stato democratico. Stavamo peggio? Nonostante tutto, stavamo democraticamente meglio, e pensiamo alla manifestazione davanti al Tribunale di Milano, o alle gravissime parole dello stesso Silvio Berlusconi contro i magistrati." E' questo il commento del senatore Pd parmigiano Giorgio Pagliari.