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Parma

Borri: «Subito un governo per rilanciare l'economia»

17 marzo 2013, 11:36

Borri: «Subito un governo per rilanciare l'economia»

Giuliano Molossi

Il Paese è in una fase di stallo preoccupante, mentre l'economia, che avrebbe bisogno di certezze, è sempre più in sofferenza. E' un momento molto delicato. Ne parliamo con Giovanni Borri, presidente dell'Unione Parmense degli Industriali.

Presidente Borri, a quasi un mese dalle elezioni, la situazione politica è particolarmente confusa. Non si riesce a immaginare quale governo potrebbe avere il Paese, si è creata un'impasse molto preoccupante. Non si intravedono vie d'uscita, i partiti non trovano un accordo. Qual è la sua opinione? Cosa dovrebbero fare, secondo lei, le forze politiche per trovare una soluzione e ridare una guida al Paese? Un governo di unità nazionale?
Ci auguravamo che queste elezioni facessero chiarezza e ci dessero un governo stabile e dotato della maggioranza necessaria per realizzare le riforme di cui il Paese ha assoluta necessità. Al contrario, la confusione è aumentata non poco. Non compete certo a me indicare percorsi o formule parlamentari ma sono convinto che le forze politiche che sono state democraticamente votate dai cittadini abbiano il dovere assoluto di trovare il modo per formare un governo in tempi brevi. In questo momento, estremamente delicato per la nostra economia, è di fondamentale importanza assicurare al Paese un esecutivo autorevole che sia in grado di mettersi al lavoro per dare risposte alle molteplici esigenze. Dirò di più: non è sufficiente un qualsiasi governo. Abbiamo invece bisogno di un governo stabile e duraturo che abbia la forza di fare tutti gli interventi che sono necessari per risollevare questo Paese.

Ma lei è fiducioso? Ritiene davvero che i partiti riusciranno a dimostrare questo senso di responsabilità che lei auspica? Non crede che finora abbiano dato prova del contrario?
Quello che è successo finora è sotto gli occhi di tutti. Ora però credo che la priorità sia quella di chiederci cosa dobbiamo fare tutti insieme per dare un futuro prospero e sereno al nostro Paese. Occorre mettere da parte, almeno temporaneamente, le polemiche sul passato, non per dimenticare le responsabilità di cui ciascuna forza politica e ogni persona è giusto debba rispondere politicamente e non solo, ma per guardare a quelle che sono le necessità di cambiamento reale delle istituzioni e dei comportamenti di ognuno di noi, per ricreare le condizioni di una vita economica e civile degna di un Paese moderno, rispettoso dei diritti e delle aspettative dei suoi cittadini. Credo che siamo tutti consapevoli e concordi che adesso non ci sia più tempo da perdere. Bisogna dare delle risposte in fretta. Gli imprenditori chiedono solo di poter lavorare, possibilmente in condizioni migliori di oggi. Chiedono che si faccia velocemente un governo per avere una politica industriale che assicuri alle loro aziende condizioni almeno comparabili con quelle in cui operano i loro concorrenti europei e internazionali. Anche se dovrebbe essere ovvio viene spesso il dubbio che la politica e persino molti nostri concittadini dimentichino che il benessere di ogni comunità dipende dalla ricchezza che si produce. E mi lasci dire un'altra cosa: in questo momento di mancanza di istituzioni pienamente funzionanti, a fronte della gravità della situazione, ogni cittadino si deve sentire investito in prima persona della responsabilità di contribuire a trovare soluzioni efficaci e sostenibili per dare una mano alla ripresa dell'economia. Questo vale, in particolare, per chi opera, seppure con ruoli diversi, nella pubblica amministrazione perchè in attesa di riforme che sono indispensabili per consentire alle aziende italiane di operare nelle stesse condizioni quantomeno delle altre imprese europee, l'interpretazione e l'applicazione delle regole, delle procedure e dei tempi siano le meno invasive, penalizzanti e prolungate possibili.

L’attuale situazione economica potrebbe sopportare un ulteriore ricorso alle urne fra pochi mesi? E se, per ipotesi, avessimo un esito analogo a quello del 24 febbraio, cosa avremmo ottenuto?
Di aver buttato via tempo prezioso. No, non credo proprio che quella di tornare a votare sia una buona idea. Rischiamo di aumentare a dismisura la confusione di oggi dopo aver arrecato un danno enorme al Paese. In questa situazione di recessione lasciare il Paese senza un governo potrebbe essere molto pericoloso.

A suo parere, le riforme più urgenti per il Paese sono quelle istituzionali o quelle economiche?
Io penso che siano entrambi urgenti, che debbano viaggiare di pari passo, le prime non possono prescindere dalle altre. La riforma delle legge elettorale è sicuramente da fare al più presto, ma al tempo stesso ci sono priorità economiche assolutamente non più rinviabili. Alludo, ad esempio, al pagamento dei debiti della pubblica amministrazione verso le imprese, alla riduzione del cuneo fiscale e contributivo; alla detassazione degli investimenti produttivi; ad una cura choc per l’edilizia, che è il settore maggiormente in sofferenza. Non dimentichiamoci che siamo il secondo Paese manifatturiero d’Europa e l'ottavo nel mondo, non possiamo permetterci di perdere queste posizioni prestigiose per l’inerzia della politica.

Non affrontare i problemi più urgenti legati al mondo dell’impresa e del lavoro, quali rischi potrebbe comportare?
Il rischio di non agganciare il treno della ripresa che potrebbe esserci già nella seconda metà del 2013 e dovrebbe consolidarsi l'anno prossimo. Sarebbe drammatico. Tutti gli indicatori europei segnalano che ci sono le condizioni per una ripresa dell'economia. L'Italia non può non fare le scelte necessarie per beneficiare di questa nuova fase. Le imprese e chi lavora nelle aziende sono non solo animati da speranze ma anche pronti a fare ciò che serve. La politica deve saper cogliere, interpretare e sostenere queste disponibilità al cambiamento.

Fra le priorità lei ha parlato dei crediti vantati dalle aziende nei confronti della pubblica amministrazione. Il presidente di Confindustria, Squinzi, ha sollecitato lo Stato a pagare immediatamente almeno una parte dei debiti nei confronti delle imprese per rimettere in moto il sistema produttivo. Da parte sua, nei giorni scorsi il presidente dell’Anci, Delrio, ha affermato che i comuni sono pronti a sforare il patto di stabilità per pagare gli arretrati alle imprese, anche con semplici delibere di giunta. Anche il sindaco di Parma, Pizzarotti, è intervenuto, dicendo che il patto va assolutamente modificato per ridare ossigeno alle imprese più in difficoltà. Sono buoni segnali?
Certamente sì. Mi fa piacere che i sindaci dimostrino di capire la gravità del momento. I debiti della pubblica amministrazione verso le imprese ammontano a 90 miliardi, una somma enorme. Sarebbe sufficiente per ora se almeno il 50 per cento venisse pagato.

Una questione drammatica è quella della disoccupazione. A gennaio è salita all’11,7 per cento. E’ un dato che la preoccupa? Moltissimo. Per questo è importante avere un governo al più presto. Perché rilanciare l’economia significa far crescere l’occupazione e credo sia chiaro a tutti che se non si creano le condizioni perché le aziende possano tornare ad assumere e non a licenziare, come sono costrette a fare oggi, presto avremo gravissimi problemi sociali perché fasce sempre più ampie di popolazione sono ormai scese sotto il livello di reddito sotto il quale si vive in miseria. Gli interventi in grado di far ripartire l'economia ridanno fiducia alle imprese, riattivano domanda e consumi, rimettono in moto tutto un sistema virtuoso che riapre opportunità di lavoro soprattutto per i giovani ma anche per coloro che hanno perso il lavoro e devono poter ritrovare la possibilità di guadagnarsi quanto serve per un'esistenza degna di questi nome.

Presidente Borri, si è sempre detto che Parma è un’isola felice e che quando in Italia le cose vanno male, a Parma vanno un po’ meglio che altrove. E’ ancora così? Ci salva l’export delle grandi aziende alimentari e farmaceutiche?
Se guardiamo i dati relativi alla disoccupazione, di cui abbiamo appena detto, si nota subito la differenza fra Parma e il resto d’Italia. A Parma negli ultimi anni si è attestata sul 4 per cento, dovrebbe salire al 6 per cento quest’anno ma è sempre la metà della media nazionale. Ma questo non deve illuderci. Se le misure per garantire la ripresa economica dovessero tardare, anche a Parma la disoccupazione salirebbe. Per quanto riguarda l’export, l’alimentare e il farmaceutico stanno mantenendo degnamente le proprie posizioni, anzi le stanno incrementando. Negli ultimi quattro anni le esportazioni delle nostre aziende sono cresciute del 15 per cento.

I settori più in sofferenza quali sono?
Certamente l’edilizia. Non a caso, come dicevo prima, serve che il nuovo governo, quando ci sarà, adotti misure choc per il rilancio di questo settore. La meccanica legata all’impiantistica soffre ma c’è qualche spiraglio per il 2013 e buone prospettive per il futuro.

In questo quadro generale quali sono, a suo giudizio, le prospettive di Parma?
Ho già ricordato come Parma, pur non essendo certamente un'isola felice, sia in una condizione relativamente meno drammatica di molte altre realtà. Abbiamo quindi la possibilità per riprendere prima e con maggior slancio la via dello sviluppo, ma per farlo io vedo due condizioni: la prima è che non ci si abbandoni alla sfiducia e alla stanchezza, pur comprensibili, ma ci si rimbocchi le maniche per tornare ad impegnarsi con serietà, determinazione, passione a more per il proprio lavoro. La seconda condizione è che si trovi realmente la volontà di premiare il merito, la competenza e la capacità di essere una comunità di persone che sanno rispettarsi e sostenersi reciprocamente, puntando non sui protagonismi ma sulla capacità di costruire insieme un futuro migliore per tutti.

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