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Arte-Cultura

Coltello nella notte, mistero lungo un secolo

19 marzo 2013, 18:06

Coltello nella notte, mistero lungo un secolo

Roberto Longoni
Un arcobaleno «Al limite del buio». E' con  una tavolozza di colori e tre sillabe che  Aldo Boraschi ha scritto il suo secondo romanzo. D'accordo, in scena va  subito una mano ignota che accoltella nel cuore della notte Giobatta Bernabò, pensionato 69enne impegnato nel volontariato, per poi annodargli un collant attorno al collo. Ma il giallo del delitto non basta, per queste pagine snelle, che hanno l'agilità necessaria per far sì che in un libro solo ne convivano diversi.
Dall'omicidio in avanti partono, parallele all'indagine poliziesca, incursioni nella gastronomia e nelle curiosità linguistiche di questa Liguria che si trova appena al di là del crinale e popolata da molti originari delle nostre vallate. Ma  è nel tempo che si compie il viaggio più sorprendente, fino alle nicchie di una storia di ricchi russi fuorusciti  nel Levante ai tempi dello Zar: lontana un secolo e sepolta come se appartenesse a un'altra era. Storia dimenticata da tutti, fuorché da chi per questioni di famiglia ha pianificato una rappresaglia attraverso le generazioni (per lavare il sangue di un vecchio omicidio che ha molti punti in comune con un delitto terribilmente vicino a noi: il rapimento e l'uccisione del piccolo Tommy).
Palcoscenico del romanzo «Al limite del buio» è ancora una volta il Tigullio, con le sue voci e i suoi spazi («E allora gli fu subito chiaro lo sciabordio delle onde, il loro frangersi contro i pennelli e infine la lenta risacca. Al largo, il mare era percorso da pallide vele»). Emergono i profumi di questa terra, i sapori dei suoi farinotti (le trattorie che hanno per specialità la farinata di ceci) e delle sue osterie, sia i primi che le altre facilmente riconoscibili, i carruggi, la simpatia aspra e laconica della sua gente. Ma oltre che ad altri piani temporali, si guarda all'entroterra e si risalgono gli Appennini, fino a quelle cime che per le cartine geografiche e le questioni amministrative sono targati Parma, ma che per etnia e assonanza di dialetto sono di antico ceppo ligure. I monti che furono la tana degli orsanti.
Protagonista della vicenda è Fabio Riccò, reporter di Teletua, traballante emittente locale che trasmette da Caperana, quartiere alle spalle di Chiavari. Idealista e disincantato allo stesso tempo («un mediano per procura»), Fabio  rappresenta una sorta di alter ego di Boraschi, scrittore, autore di un blog molto seguito e giornalista (pare che, per limiti d'età,  abbia ormai smesso di sognare di diventare un calciatore). I personaggi in buona parte sono gli stessi che già popolavano «Donne altrimenti amate», pubblicato sempre da Rupe Mutevole lo scorso anno. Così, al fianco di Riccò  si ritrovano il maresciallo Alberto Maria Nusca, il carabiniere che sotto la divisa e un'apparente durezza nasconde una grande umanità, e Maria Furlato,  il pm con cui il reporter ha una relazione quasi clandestina, per il  conflitto d'interessi tra chi cerca la notizia e chi vuole tener le carte coperte per meglio indagare. «Ne ho piene le scatole di questo vivere nel limbo tra omicidi e fritti misti» dice lei a lui, nel vano tentativo di dribblare le sue domande, durante una cena a base di pesce.
Come il primo noir di Boraschi, anche questo  parte con scene scandite al minuto da frasi secche, quasi telegrafiche. Va in scena così l'aggressione e l'agonia di Bernabò. Uscito in piena notte per  portare a spasso il cagnolino nella centralissima via Dante a Lavagna, il pensionato sarà vittima di una vendetta covata da qualcuno prima ancora della sua nascita e di un'aggressione improvvisa. Ferito a morte, il poveretto fa in tempo a pronunciare  «Cavi... gna», per poi spirare. Tre sillabe per un lungo cammino: prima sulla strada sbagliata. Poi, oltre il limite del buio. 
Al limite del buio - Rupe mutevole, pag. 112,  euro 10,00