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La Vasca

Il mARTEdì - Filippo Cavalca

19 marzo 2013, 13:37

Il mARTEdì - Filippo Cavalca

Margherita Portelli

Scrive con la luce parole per gli occhi. Filippo Cavalca (“Feel” per la precisione) è un 29enne artista parmigiano che qualche anno fa è partito in direzione Capitale per fare cinema e tv. Qualche giorno fa, è tornato a Parma da Roma in veste di fotografo e ora i suoi scatti sono esposti all’Hub café di piazzale Bertozzi nella personale “ShowsDEmaVIE” (affiancata dall’installazione “Un fiore in più nel mio giardino” di Cristina Martinelli), a cura dell'Archivio Giovani Artisti - Assessorato Politiche Giovanili del Comune di Parma. Le foto in mostra sono tratte dal recente progetto fotografico “What I see”. Ecco qualche battuta dell’artista, per comprendere fino in fondo la sua opera, in esposizione fino al 30 aprile.

Che spazio ha l’arte nella tua vita? Passatempo, vocazione o professione?
Provengo da un'educazione musicale e letteraria. Ho avuto la vocazione per il cinema in un appartamento di borgo delle colonne nel 2004, prima di girare il primo lavoro " Falstaff". E' stata come una chiamata alle armi, un colpo di fulmine, qualcosa di forte che mi ha rapito. Dopo pochi mesi è diventata un impegno a tempo pieno e poi una professione.

Raccontaci come nasce questo amore per la fotografia…
Ho iniziato qualche anno fa, la fotografia ha riempito tutte le pause creative di questi anni di Cinema e Televisione ed è diventata una professione. All'inizio, la gente passando dal mio studio per altre cose, rimaneva minuti a osservare con interesse le prime foto che avevo stampato. Quando mi sono proposto di scattare per campagne pubblicitarie, moda e reportage, sono arrivate molte offerte e da lì è diventato un mestiere. Oltre a essere lavoro e arte è anche sperimentazione continua di tecniche visive, una specie di laboratorio che tento poi di far rifluire nel Cinema.

Che cosa tentano di raccontare i tuoi scatti?
Tento di fermare il Film della Vita in un fotogramma, una Vita che si possa rivivere diversamente secondo chi la osserva.
La tendenza è di colpire lo sguardo con opere d'impatto, ma esiste anche un discorso narrativo che mi piace perseguire.
Di base, per me fotografia è quello che vuol dire, scrivere con la luce.

Arte per te è…
Snodare un filo rosso tra l'interno e l'esterno, tra passato e presente. Tornare a guardare le cose con profondo distacco e intensa aderenza nello stesso istante.

Da cosa ti fai ispirare quando fotografi, e cosa speri di suscitare nell’osservatore delle tue opere?
Se lavoro con le persone, mi lascio molto avvicinare dalle empatie che si possono instaurare naturalmente. Senza preconcetti, come un quaderno bianco da scrivere. Ogni modello è portatore di una buona percentuale di importanza nell' atto creativo. A parte raccontare delle storie e far sì che chiunque possa (ri)viverle a modo suo, vedo la fotografia come un valido strumento per capire chi hai davanti: le persone rivelano molto di loro quando descrivono ciò che vedono e provano davanti a un'opera d'arte.

Chi sono i tuoi artisti favoriti?
Caravaggio, Poussin, Renoir, Picasso, Helmut Newton, Kubrick, Antonioni.

Che progetti hai in mente per il futuro?
Dopo aver realizzato il programma televisivo per la Rai Rotte del Mediterraneo nel 2012,ho realizzato un marchio che si chiama What I See, una collezione di grandi opere fotografiche stampate su alluminio destinate alla vita di tutti i giorni e alle gallerie d'arte, che attualmente sono in esposizione da Alinovi & Tanzi. Sto curando il sito del mio studio, FFC Film Studio-Roma e sto scrivendo un lungometraggio per il cinema di cui ancora non posso parlare.

Le tue opere sono in mostra all'Hub Cafè. Di che si tratta?
“ShowsDEmaVIE” è un viaggio attraverso questi anni di fotografia… una raccolta eterogenea di alcuni significativi momenti della mia attività di artista. Il gioco di parole del titolo rivela molto di più che tante descrizioni. Si tratta di cose (Choses) e spettacoli (Shows), si pronunciano quasi allo stesso modo e per me, in fondo, sono la stessa cosa.