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La Vasca

Imagine: il mondo a 20 anni - Peppino, un ragazzo

19 marzo 2013, 12:42

Imagine: il mondo a 20 anni - Peppino, un ragazzo

Francesca Gatti

Martedì nove maggio 1978. Roma: rinvenuto il corpo di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, all’interno del bagagliaio di un’auto parcheggiata a metà via tra la sede nazionale della Dc e quella del Pci. Dopo sette settimane dalla scomparsa, i riflettori dei giornali sono tutti puntati su di lui. Non c’è spazio e tempo per il ritrovamento di un altro cadavere, quello del giovane Peppino Impastato, dilaniato da una dinamite posta sulla ferrovia Palermo - Trapani. Sono i cosiddetti ‘anni di piombo’ ed il caso viene presuntuosamente liquidato e archiviato come un tentato gesto terroristico di cui è rimasto vittima lo stesso attentatore.

Venerdì ventisei aprile 1963. Facciamo un passo indietro lungo quindici anni nella storia del Mezzogiorno italiano. La data questa volta non è significativa per tutti, ma per la storia della famiglia Impastato e di Peppino in particolare, rappresenta la fine di un’epoca. In quella giornata di primavera inoltrata viene infatti assassinato il potente uomo d’onore Cesare Mansella, zio di Peppino (all’epoca quindicenne) e di Giovanni. Questa data segna la fine dell’infanzia di Peppino ed il suo passaggio verso l’età adulta, quella della comprensione e della ragione. “Se questa è mafia, io per tutta la vita mi batterò contro”, sono le parole che Impastato rivolge al fratello minore e che non rinnegherà né tradirà mai.

Perché l’interesse giovanile nei confronti di Peppino. Come si spiega l’interesse dei giovani attorno alla figura di Peppino Impastato? L’hanno chiesto al fratello Giovanni giovedì scorso alla libreria Ubik, in occasione della presentazione del libro - intervista Resistere a Mafiopoli. “Perché Peppino era uno di loro, non era né un magistrato né un poliziotto, era un ragazzo che compiva le sue battaglie in nome di principi attuali ed educativi (ad esempio le battaglie ecologiche per salvaguardare l’ambiente nel quale era nato e cresciuto). Il suo era un messaggio di rottura storica e culturale anche e soprattutto all’interno della famiglia, una famiglia mafiosa. Le nuove generazioni si identificano e si sentono rappresentate in lui per questo.
 Peppino era un poeta, e, come ogni artista, possedeva una sensibilità particolare che lo ha spinto ad anticipare le trasformazioni sociali. Aveva fondato un circolo, Musica e cultura, il cui scopo era quello di aggregare i giovani e di formarli mediante il teatro, la musica, i libri,…”. Ma la svolta è costituita dalla scoperta di un importante strumento comunicativo: la radio. “Attraverso la trasmissione Onda pazza (trasmessa da RADIO AUT), Peppino aveva scoperto un’arma micidiale: l’ironia, la presa in giro del mondo mafioso che in Sicilia spadroneggiava. I mafiosi venivano rappresentati per quello che erano: esseri ridicoli e insignificanti”. Sì, perché sfumare il mito di personaggi potenti e da temere che i mafiosi hanno per secoli coltivato attorno alle loro figure, significa destabilizzare il consenso sociale della popolazione. E questo non potevano permetterselo.

Onesti e corrotti. “Gaetano Costa, Rocco Chinnici, Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone sono i magistrati che si sono occupati dell’omicidio di mio fratello e che hanno svolto il loro lavoro in maniera seria; non hanno creduto all’ipotesi terroristica e non si sono accontentati dell’archiviazione del caso, ma hanno ripetutamente aperto l’inchiesta”, spiega Giovanni,: “Peppino doveva passare per terrorista, e le prove di questo sono state fornite dai carabinieri in maniera scientifica. Quel che fa riflettere è che tutti questi giudici sono stati assassinati (a parte Caponnetto che è morto di morte naturale), mentre i depistatori hanno conseguito una brillante carriera”.
“Il meccanismo serviva per distruggere le poche cose positive che quegli anni avevano prodotto”, commenta lo storico William Gambetta, :”una generazione ha lottato, a metà tra gli anni ‘60 e fin oltre gli anni ‘70, per recuperare i propri diritti, a tutti i livelli. E’stato un movimento che ha chiamato in causa diverse classi sociali e lavorative, dagli studenti agli operai ai medici. Si criticava il sistema, il potere; la contestazione ha assunto tratti diversi nelle varie regioni di Italia e Peppino ha contestato la mafia perché, in Sicilia, era lei che deteneva il potere”.

‘Legalità’: una parola scomoda. Cosa si intende quando si parla di “legalità”? E’un termine che è stato più volte adottato in maniera scorretta e infastidisce Giovanni che chiarisce: “La legalità non è il rispetto delle leggi, ma il rispetto della dignità umana, perché se non c’è quella non ci sono le leggi. Obbedire non è sempre positivo, significa anche adattarsi, piegarsi … Disubbidire contro le ingiustizie è la vera legalità”.

Il ruolo di Felicia Impastato, la madre. Una considerazione va dedicata anche al ruolo della madre di Peppino e di Giovanni, Felicia. Felicia è stata un’intermediaria tra l’ambiente familiare nel quale era cresciuta e l’imprevista ribellione del figlio. “Ha rispettato il marito fino alla morte (e oltre) come impone il codice mafioso, ma ha anche compreso la scelta di Peppino, battendosi perché la sua persona ed il suo assassinio non venissero manipolati”. Quando muore un parente stretto, la tradizione impone la chiusura a lutto delle sue stanze; Felicia non solo non ha rispettato il regolamento, ma ha, al contrario, aperto la stanza di Peppino ai parenti, agli amici e a chi lo conosceva meno, in modo che si parlasse di lui e si tenesse in vita il suo ricordo attraverso i suoi interessi, le cose che lo ricordavano ed il ricordo di chi lo conosceva.  Al funerale del figlio, la donna allontana i parenti mafiosi che le sono venuti a porgere le condoglianze e sentenzia: “Io vendette non ne voglio”. Questa frase contiene in sé una scelta ed insieme una grande rivoluzione, non scontata per chi è intriso di cultura criminale per la quale un torto va sempre vendicato.

Perché la mafia non è ancora stata sconfitta. “La mafia costituisce un problema a livello sociale e culturale. Non è un anti - Stato, è dentro lo Stato, dentro le grandi opere pubbliche, dentro gli appalti, dentro il riciclaggio di denaro sporco. Abbiamo le leggi per poterla sconfiggere; a differenza del terrorismo e del brigantaggio, essa non è stata ancora sconfitta perché manca la precisa volontà politica di affrontarla in modo serio. Per me, combattere contro la mafia significa combattere contro me stesso, contro la mia cultura, la mia forma mentale, contro il mio modo di pensare: dopo l’assassinio di Peppino mi sono ‘rimboccato le maniche’ e ho incominciato a difendere la sua memoria storica. E’una battaglia quotidiana: lottare per mantenere il casolare, l’intitolazione e la dedica a Peppino in una biblioteca, la casa di Gaetano Badalamenti,… . Abbiamo pagato un prezzo altissimo, ma la vittoria è notevole. La mafia non è invincibile e ci dobbiamo convincere del fatto che i mafiosi sono esseri umani come noi”.

Dieci maggio 1978. Un’altra data importante in questa storia è quella del 10 maggio 1978, ad un giorno dalla morte di Peppino Impastato, quando Giovanni smette di vivere all’ombra del fratello maggiore e diventa la persona che ieri pomeriggio avevo a molti meno di Cento Passi da me …

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