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Arte-Cultura

Modigliani, il mistero nel volto

21 marzo 2013, 00:29

Modigliani, il mistero nel volto

 di Pier Paolo Mendogni
 AMontparnasse «si beve, si danza... si scrive e si dipinge... si reinventa l’amore, esattamente come si reinventano le dottrine estetiche o i modi di dipingere. Con lo stesso desiderio di rinnovarsi completamente». Così ha scritto Kiki nel «Souvenirs» in cui ricorda gli anni ruggenti del quartiere parigino prima e dopo la guerra del 1915-18. Lì si incontravano Picasso, Max Jacob, Marinetti, Leger, Chagall, Hemingway, Fitzgerald, Pound, Man Ray, Calder, Cocteau, Tzara. Anche Amedeo Modigliani (1884-1920) si era trasferito sulla «rive gauche»: «era così bello!» annota Kiki. Bello e dannato perché faticava a campare con la sua pittura e la sua natura sensibilissima ne soffriva, andando a cercare conforto nell’alcool. E non era il solo perché in quegli anni il linguaggio dell’arte stava rapidamente cambiando e gli innovatori facevano fatica ad affermarsi. L’arte primitiva africana e il cubismo avevano dato un forte scossone all’ambiente. Picasso e Matisse venivano indicati come gli emergenti mentre l’italiano tirava avanti stentatamente con ritratti, fino a quando incontrava il mercante d’arte polacco Leopold Zborowski che nel 1917 lo legava a sé con un contratto d’esclusiva in cambio di uno stipendio mensile.

Lo stesso anno l’artista, trentatreenne, incontrava la diciannovenne studentessa Jeanne Hebuterne che diventava la sua compagna, la sua modella, dandogli anche una figlia. I suoi nudi femminili compatti e ostentati, esposti nella prima mostra personale, facevano scandalo e vendeva solo due disegni. Ma il mercante continuava a sostenerlo poiché dietro di lui c’era un facoltoso e illuminato collezionista, Jonas Netter, industriale serio e schivo, amante dell’arte. Ed è grazie a lui che alcuni celebri pittori – tra cui Soutine, Utrillo, Derain - hanno potuto continuare a dipingere e scrivere pagine stupende nella storia dell’arte, che vengono raccontate nella accattivante mostra in corso a Milano a Palazzo Reale (fino all’8 settembre) «Modigliani, Soutine e gli artisti maledetti. La collezione Netter», organizzata dal Comune di Milano, Arthemisia Group e 24ore cultura e curata da Marc Rastellini come l’imponente catalogo edito da 24ore cultura. Sono ben 122 le opere esposte di 28 artisti che – come scrive Rastellini - a Parigi «hanno trovato i mezzi espressivi che meglio traducevano la visione, la sensualità e i sogni propri di ciascuno di loro». Artisti di diverse nazionalità che volevano dipingere liberamente senza alcun vincolante canone estetico. E la rottura si avverte subito nell’iniziale capolavoro di André Derain (1880 – 1954) «Le grandi bagnanti» (1908) – tema caro a Cézanne e Picasso - dove i volti si ispirano all’arte africana e i corpi sono scanditi con solida plasticità. Dalla calma ordinata di Derain alla ingenua poeticità di Maurice Utrillo (1883 – 1955) espressa in tredici straordinarie vedute parigine. Una vita tormentata la sua, segnata dall’alcolismo (a 17 anni doveva già disintossicarsi) e dall’aspra severità della madre, la pittrice Suzanne Valadon. Le sue periferie trapuntate di verde, le viuzze dalle case fitte, chiare e stinte traspirano una delicata freschezza.
Per contrasto il mondo pittorico di Maurice de Vlaminck (1876 – 1958) - che per mantenersi ha fatto il ciclista professionista - è animato da un’intensità febbrile che si rivela nelle robuste e rapide pennellate con cui crea paesaggi e nature morte. Un’intensità che la Valadon (1867 – 1938) esprime nella solidità compatta dei nudi femminili e con brillanti annotazioni cromatiche che animano i paesaggi. Punti focali della rassegna le due eccezionali stanze dedicate a Modigliani (15 opere) e a Soutine (19). In quella del livornese si resta ammaliati dalla concentrazione emotiva dei suoi ritratti racchiusi nell’ordinata semplicità di linee che esaltano l’interiorità delle persone svelandone la sottile sensibilità, la fragilità, le pulsioni contenute. Tra i capolavori ecco Jeanne assorta nelle sue malinconie; la stupefacente «Bambina in abito azzurro» nell’incanto di una sinfonia tonale; la fragrante «Bella spagnola»; i ritratti di Zborowski, il suo mercante, e di Soutine, suo amico nella povertà. Chaïm Soutine (1894 – 1945), ebreo, nato in una famiglia poverissima, era arrivato dalla Russia a 19 anni e viveva miseramente: una condizione che lo segnerà per sempre con attacchi di frenesia autodistruttiva.
E la sua pittura è caratterizzata da questa frenesia, una specie di tormento che fa vibrare la materia contorcendola di vitalità, di passione e crea capolavori. I personaggi da lui ritratti hanno occhi che incavano nelle profondità dell’anima; i suoi paesaggi ansimano in un drammatico rapporto tra colore e vita Nel bue macellato l’impasto di colore-materia ha valenze rembrandiane. Lo stile drammatico caratterizza, seppure con minore eccitazione, molte opere del polacco Eugène Ebiche (1896-1985). Tra gli altri artisti inclusi nella collezione, due sono stati particolarmente aiutati da Netter, il polacco Moïse Kisling (1891 – 1959) e il moldavo Isaac Antcher (1899 – 1992). Kisling seduce coi suoi colori caldi, le luci morbide, accarezzanti che creano atmosfere sospese: ci ha lasciato un efficace ritratto di Netter, uno di quei collezionisti che più hanno influito sulla storia della pittura del primo Novecento. 

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