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Arte-Cultura

Guareschi: "Peppone, quando la coscienza supera i diktat"

22 marzo 2013, 19:49

Guareschi:

Marisa Alagia

 'Le direttive che vengono dal centro possono essere seguite soltanto fino a quando esse non vadano a ledere quelli che sono universalmente riconosciuti come sani e onesti principi». Lo scriveva nel 1950 Giovannino Guareschi (1908-1968) per spiegare quali riflessioni voleva provocare con i suoi racconti su Don Camillo e Peppone. Allora l'autore ci teneva a precisare che non doveva esserci una lettura in chiave anticomunista, bensì la sua intenzione era far capire che anche un uomo 'rozzo violento, estremistà come Peppone dovendo scegliere tra le 'direttive del partito e la direttiva della sua coscienza di galantuomo e di cristiano, alla fine ascolta sempre la voce della sua coscienza».
 Parole che sembrano quanto mai attuali e che fanno parte di una lettera inedita inviata da Guareschi all’editore produttore
Angelo Rizzoli quando stava per essere girato il primo film tratto dai suo racconti. La missiva è stata pubblicata nel libro 'Minardi Racconta Guareschì, di Alessandro Minardi, amico e collega dello scrittore, pubblicato a cura del figlio Maurizio Minardi. IL libro, che esce in questi giorni, sarà presentato il 6 aprile a Bergamo, città in cui Minardi, originario di Parma, visse a lungo e dove morì nel 1988 all’età di 80 anni. Dal 1961 al 1977 diresse Il Giornale di Bergamo. Conobbe nel 1928 Guareschi, che nel 1953 lo chiamò al settimanale satirico politico Candido.
 
«Nel suo scritto Minardi ripercorre le tappe fondamentali della vita di Guareschi dall’angolazione di un intimo amico e stretto collaboratore – scrive il giornalista Claudio Mori che con Franco Calpevenere ha curato note e introduzione – Ricorda gli esordi di Guareschi alla redazione del Corriere Emiliano-Gazzetta di Parma, l’avventura al settimanale satirico della Rizzoli il Bertoldo dal 1936 al 1943 e ovviamente largo spazio Š dato al periodo in cui Guareschi diresse il settimanale Candido sulle cui pagine si consumarono i fatti che lo portarono nel carcere di Parma per tredici mesi, vale a dire la pubblicazione di due lettere attribuite ad Alcide De Gasperi, in cui il politico chiedeva agli alleati anglo-americani di bombardare la periferia di Roma al fine di sollevare l’opinione pubblica contro i tedeschi».
Grande spazio anche a molti episodi legati alla stesura e alla trasformazioni in film dei suoi personaggi più famosi Don Camillo e Peppone. Come quando riuscì a far uscire la sceneggiatura del secondo episodio dalla cella in cui si trovava sotto strettissima sorveglianza (il ministero di Grazia e Giustizia aveva imposto che gli venisse trasmesso il testo dal direttore del carcere appena terminato) nascondendolo in un libro che regalò ad un visitatore.