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Ipsia, la scuola senza frontiere diventa un film

23 marzo 2013, 13:20

Ipsia, la scuola senza frontiere diventa un film

 Enrico Gotti

Nessuna scuola ha così tante sfaccettature e un mosaico di culture così grande: all’Ipsia Primo Levi ci sono quaranta nazionalità diverse, e alcune storie vissute dagli studenti sono da film. 
Come quella di Doma, che scappa via, da solo, dall’Albania, a 15 anni, rischiando la vita, o di Abdoul, della Costa D’Avorio, che litiga con i genitori perché non vogliono che stia con una ragazza bianca. 
Come quella di Patrick che ha visto la guerra civile davanti al cancello di casa, o quella di Singh, indiano con il turbante e l’accento parmigiano, che sente come propria casa l’Italia, e sogna di fare l’imprenditore.
 Queste storie sono diventate un documentario, girato da Marta Mambriani, con il contributo della Provincia di Parma e di Fondazione Cariparma. Il filmato è stato proiettato ieri mattina nell’aula magna dell’istituto, all’interno della settimana contro il razzismo, che vede quali protagonisti gli studenti delle scuole superiori. 
«Dentro la vostra scuola c’è la rappresentazione del mondo – ha detto l’assessore provinciale Marcella Saccani - Lo slang, la cadenza tipica parmigiana ce l’avete come me. Siamo già in un processo di integrazione avanzato, parliamo già di seconda generazione, l’Italia per voi è il luogo dove esercitare il diritto di avere diritti». 
L’idea di raccontare le storie degli studenti è nata da Adriano Cappellini, per due anni preside reggente dell’Ipsia. Giorgio Piva, attuale dirigente scolastico, si è detto orgoglioso dei suoi allievi e dell’istituto professionale: «Noi nel 2013 riusciamo a garantire un posto di lavoro ai nostri diplomati, non è cosa poco» ha detto Piva. 
«All’Ipsia non si impara solo un mestiere, si impara anche a stare insieme alle altre persone - dicono gli studenti ripresi dalla telecamera –. Qui non c’è razzismo, ci sono più stranieri che italiani». «È stata una bellissima esperienza - racconta la professoressa Donatella Costa - il lavoro della regista Mambriani è durato un anno e mezzo, ha permesso di far sviluppare negli studenti un grande rispetto reciproco, di farli sentire più uniti». 
Sullo schermo scorrono le storie di Iosif, arrivato dalla Grecia, Jocelle, dalle Filippine, Amine, dal Marocco, Abdoul dal Burkina Fasu, Pian dalla Cina, Singh dall’India. 
«Ho vissuto la guerra civile, è stato bombardato palazzo presidenziale, che era a 500 metri da casa mia - racconta Patrick, dalla Costa D’Avorio - ho visto dei morti in strada». 
Sognano di diventare imprenditori, stilisti, di lavorare e di investire, di creare un’azienda di energie rinnovabili in Africa, di fare l’elettricista, o creare una società di elettronica. Sono stranieri di seconda generazione, che si scontrano fra due culture, quella dei genitori e quella del nuovo Paese in cui sono cresciuti. «I nostri genitori hanno una mentalità antica» dice Jocelle. 
Davanti alla telecamera si mettono a nudo e raccontano episodi curiosi: la prima volta nella vita che hanno visto la neve, o la prima volta che hanno rivisto il proprio padre, per anni lontano da casa, in Italia.
 «Ho conosciuto mio papà a 6 anni, quando ho trovato un uomo che dormiva vicino a mia mamma e mi sono detto chi è? - racconta Abdoul - Quando siamo arrivati a Roma, ho visto questa grande città, e mi sono detto: “Uao. Tanta roba”». 
 

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