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Arte-Cultura

Il racconto della domenica - La primavera di Ilaria

24 marzo 2013, 18:16

 Maria Denis Guidotti

Mi sono trovata ad essere inconsapevole protagonista di una parte in un diario, di cui ho avuto possesso solo recentemente. 
E’ una strana sensazione trovarsi nella posizione del destinatario e soprattutto leggersi con gli occhi di chi scrive… La reputavo, egoisticamente, una mia esclusiva! 
I fogli sono manoscritti, un totale di sedici pagine.
Con titubanza e rispetto, li ho ordinati mentre in religioso silenzio mi appresto con dita tremanti a leggerli.
Sono convinta che se qualcuno ti scrive è per comunicarti qualcosa di importante oppure vuole condividere con te delle sensazioni, delle emozioni, ma, soprattutto, donarti qualcosa di profondamente intimo.
 Bisogna saper leggere tra le righe non scritte, cogliere quelle sfumature che spaziano da un pensiero ad un altro, da un aneddoto ad un semplice, quanto banale, ricordo.
«Non c’è freddo. La tosse va meglio e ho anche annaffiato le azalee e la camelia nella stalla. Le avevo poste lì per ripararle dal gelo ma in questi giorni di malattia non le ho mai guardate. Sono proprio bruttine; speriamo che non siano morte…». 
E’ la prima semplice frase che mi obbliga a calarmi in una realtà di vita semplice; mi affianco metaforicamente a questa persona che, per motivi di salute, ha subito un arresto obbligato in quello che erano i suoi gesti abitudinari.
Ripercorro con lei un corridoio umido che mi porta ad una vecchia stalla e, mentre avvolgo le spalle in un caldo maglione, apro la serratura dello scrigno della sua vita. «Le piante, che con attenzione ho cercato di proteggere dal rigido inverno, sono il ciclo della vita delle stagioni, sono i colori dell’esistenza che i fiori mi regalano, sono i profumi inebrianti che mi rilassano e il sussurro di un compiacimento per la bellezza esteriore. Hanno risentito del mio forzato abbandono e mentre mi auguro di vederle riprendersi, mi accorgo che anch’io mi sto ripigliando».
Assaporo la semplicità di una vita contadina, dell’attaccamento alla terra e il grande dono dell’osservazione.
«… Quanti segnali!... Uno dei noccioli che ho in giardino era in fiore. Non sono fiori appariscenti, sono verdi, gialli, lunghi sembrano boccoli biondi che scendono sulla testa di una bambina. Che spettacolo! E’ finito l’inverno! Vado in casa e lo osservo meglio dalla finestra…».
Che animo sensibile.
Mentre i fogli mi scivolano tra le dita, cerco di immaginarmi il mittente… 
Non si è ancora svelato. 
Procedendo nella lettura, emerge prorompente una grande empatia con me. Mi stupisco di come costei sia riuscita a cogliere la mia essenza profonda mai manifestata attraverso ciò che di me ha compreso negli atteggiamenti e nel mio modo di scrivere.
Mi sento un pochino a disagio e ho paura di deludere tutte quelle aspettative umane di cui mi ha caricato. Sono entrata nella quotidianità e nella familiarità di una sconosciuta, troppo conosciuta…
Ilaria, questo è il suo nome. 
Non posso associarla ad un viso specifico anche se con la fantasia e la sensibilità riesco ad attribuirle un'identità. Nello scritto riservatomi spazia dalla semplice osservazione esterna all’analisi profonda dei dubbi atavici: il bene e il male, l’essere o l’apparire, la malattia e la salute, la gioia e il dolore… 
Solo chi ha vissuto e non dimentica può comprendere e sorridere alla vita.
Dolce Ilaria, sorridi senza paure, ti sei guadagnata tutto con fatica, dignità ed onestà. I tuoi dolori si sgretoleranno senza portare durezza al tuo cuore, i sorrisi regalati e ricevuti leniranno le ferite e il tempo ti donerà la possibilità di emergere dal grigiore…
E’ primavera!