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Parma

L'altra metà di Parma: interviste al femminile - Da Parma agli Usa per la ricerca sui tumori: "I giovani non abbiano paura di cercare opportunità all'estero"

24 marzo 2013, 19:21

L'altra metà di Parma: interviste al femminile - Da Parma agli Usa per la ricerca sui tumori:

Andrea Violi

Teresa Davoli vorrebbe mettere radici ma finora ha vissuto all'insegna del cambiamento. E' nata a Reggio ma ha fatto le superiori a Parma e in cinque anni ha cambiato tre scuole. Ha proseguito gli studi a Pisa e a Milano, poi è volata a New York per il dottorato in Biologia Molecolare. E ora è a Boston per continuare studi ed esperimenti sull'evoluzione dei cromosomi nei tumori. Un'attività che le è valsa anche un premio prestigioso. Negli Stati Uniti ha colto opportunità che in Italia non avrebbe trovato. Opportunità che costano sacrifici ma possono dare anche soddisfazioni. Ma nel nostro Paese lei individua un altro problema: i ragazzi hanno troppa paura di spostarsi, anche solo da una città all'altra, mentre - li esorta lei - andare a caccia di opportunità porta vantaggi.
Teresa Davoli, 30 anni, lo spiega in un'intervista rilasciata a Gazzettadiparma.it. Si collega via Skype dal suo laboratorio alla Harvard Medical School, davanti a un banco pieno zeppo di attrezzature per la ricerca: «Questo è il bancone dove faccio gli esperimenti, è lo spazio che coinvolge gran parte della mia vita quotidiana. Si lavora tanto da mattina a sera e anche nel fine settimana. Venire di domenica è più la regola che l'eccezione», spiega sorridente, mentre mostra lo spicchio di laboratorio ripreso dalla webcam.

Come sono stati i tuoi anni a Parma?
Ho vissuto a Reggio Emilia fino alle medie, poi la mia famiglia si è trasferita a Parma. Fra il 1997 e il 2002 ho frequentato il San Benedetto, il liceo Ulivi e il Marconi.

Hai cambiato scuola tre volte in cinque anni...?
La scelta del San Benedetto è stata fatta a distanza, cioè su consiglio dei miei genitori. E' un'ottima scuola privata ma in classe eravamo molti, in 34. Così negli anni successivi ho frequentato l'Ulivi. Ho frequentato l'ultimo anno al Marconi. Ho vissuto a Parma cinque anni e ho frequentato scuole diverse: sono state scelte non facili ma quando si cerca il meglio si può anche rischiare un po'. Mi è andata bene ed è stata anche un'esplorazione e ho fatto varie conoscenze.

Quali sono i tuoi ricordi migliori?
Dell'Ulivi ho un ottimo ricordo della professoressa di matematica e fisica Paola Pannuti. Siamo ancora in contatto, ci vediamo quando torno durante le vacanze di Natale. I suoi consigli sono stati molto utili nella scelta dell'Università e del dottorato all'estero. E' uno dei legami che coltivo tuttora. E ho ancora contatti con alcuni compagni di classe del San Benedetto e del Marconi, ci sentiamo e quando possibile ci vediamo a Natale.

Quando vivevi a Parma come vivevi la città, che compagnie frequentavi?
Una delle attività che ho iniziato a Parma - e che continuo tuttora - è il volontariato con la Comunità di Sant'Egidio. Ricordo il primo incontro con Hellen Prejean (una suora americana che si batte contro la pena di morte, ndr). Ha fatto dei seminari in Italia, una volta anche a Parma. La Comunità di Sant'Egidiio l'ha invitata a un dibattito. E' stata un'occasione molto forte, il messaggio era chiaro e ben posto. Da lì ho iniziato a far parte della Comunità di Sant'Egidio. Una delle attività concrete a Parma è la “scuola della pace” per bambini svantaggiati.

E in America che cosa fai con la Comunità di Sant'Egidio?
Facciamo visita agli anziani soli nelle case di riposo. Anche qui abbiamo la “scuola della pace” soprattutto con i figli di immigrati dell'America centrale. Abbiamo anche organizzato una discussione contro la pena di morte il 30 novembre (giorno in cui iniziative di questo genere sono organizzate in diversi Paesi, anche in Italia, ndr).

Hai vissuto alcuni anni a New York ma ora sei a Boston...?
Ho concluso il dottorato alla Rockfeller University: il diploma sarà consegnato il prossimo giugno. Dopo, la parentesi di un viaggio in Sudafrica che ho molto apprezzato, con tappa in Mozambico per conoscere da vicino il progetto Dream (Drug Resource Enhancement against Aids and Malnutrition) della Comunità di S. Egidio. Ho poi iniziato a Boston il post-doc (un'attività di ricerca dopo il dottorato, ndr). Prima ero a New York: ci ho vissuto cinque anni. Un'esperienza unica... Boston non è certo una piccola città ma il cambiamento si sente immediatamente. New York la senti vivere a qualsiasi ora... è una città che vive 24 ore su 24! Ad esempio, puoi scegliere fra tre o quattro concerti di jazz di altissimo livello ogni fine settimana... Tempo fa siamo andati a vedere i Pink Floyd... C'è anche un'attenzione particolare per l'arte contemporanea. Da questo punto di vista non ha nulla da invidiare all'Europa.

E dal punto di vista del tuo lavoro, com'è New York?
Dal punto di vista scientifico, è un agglomerato di molti centri di ricerca. Solo a Manhattan ci sono almeno cinque importanti centri di ricerca scientifica e l'interazione è piuttosto forte e proficua.

Ma ci sarà anche concorrenza...
La concorrenza c'è sempre ed è una delle parti un po' negative nel nostro lavoro. Negli Stati Uniti è uno degli aspetti che danno a questo lavoro ansia e tensione più del necessario. A volte anche a scapito della collaborazione. Nel mio settore però c'è una buona interazione. Qui quando un ricercatore diventa prof all'inizio deve fare domanda (application) per finanziamenti e dimostrare nei primi 5-8 anni di saper fare buona ricerca, poi c'è una specie di esame per confermare il posto "fisso" di professore. Ad Harvard, per esempio solo il 20% di quelli che vincono inizialmente il posto da "prof" sono poi confermati.

Vivi da sola?
Ora, a Boston, vivo con il mio fidanzato Lorenzo, anche lui italiano. Viene dalla Lombardia, si è trasferito qui per un dottorato in Fisica e sta facendo un post-doc ad Harvard. A New York vivevo con una coinquilina nel Campus, mentre lui era a Princeton. I pro di abitare nel Campus: l'affitto era migliore della media ed eravamo vicinissime al lavoro. I contro: era difficile staccare...
Succede sia agli studenti sia ai ricercatori di tornare dopo cena alle nove o alle dieci di sera in laboratorio... A volte discutiamo quanto ne valga la pena sul piano personale.

Tu quanto tempo passi in laboratorio?
Durante il dottorato non iniziavo particolarmente presto: alle 9 o 9,30. Lavoravo fin verso le 18 o le 19 poi noi ragazzi andavamo a cena fuori oppure a casa di uno o dell'altro. Tornavamo a finire gli esperimenti dalle 9 di sera fino alle 11 o a mezzanotte. A Boston invece inizio alle 8 circa e alla sera cerco di non tornare troppo tardi...

Nei dettagli, di cosa ti occupi nel tuo lavoro?
Il dottorato riguarda lo studio dei telomeri, le parti terminali dei cromosomi, e il mio progetto di ricerca era sull'interazione dei telomeri con l'instabilità genomica, che è molto frequente nei tumori. Il mio lavoro si focalizza sulla formazione di tumori che contengono un numero molto elevato di cromosomi. Durante la vita di una persona, i telomeri si accorciano: questo ha un ruolo importante nell'invecchiamento ma anche nella formazione dei tumori.

Come viene pagato il tuo lavoro? Ci sono borse di studio, assegni di ricerca...?
Per il dottorato a New York avevo una borsa di studio, che mi ha consentito di vivere in modo abbastanza tranquillo. Dopo il dottorato si può fare domanda per borse di studio per il post-doc. Mi è andata bene: ho una borsa per tre anni, che potrà essere prolungata. Ottenere una borsa di studio è molto consigliato anche perché fa curriculum.

Se fossi stata in Italia avresti avuto le stesse opportunità? Si parla sempre di fuga di cervelli: ci sono difficoltà forti o siamo noi italiani che ci piangiamo addosso un po' troppo?
In Italia c'è un problema sia economico sia di scarsità di borse di studio. Ho amici che fanno il dottorato a Milano o a Roma: la borsa di studio è a malapena sufficiente per sopravvivere. Inoltre, è un fatto che ce ne sono poche. In Italia ci sono comunque piccole “oasi”, istituti di ricerca che offrono borse di studio paragonabili a quelle estere.
Un altro problema dell'Italia è la mancanza di iniziativa da parte degli studenti, rispetto alla possibilità di muoversi da una città all'altra o da un Paese all'altro. Negli Stati Uniti ci sono più occasioni ma i ragazzi sono anche più disponibili a cercarle. Spesso si fa un dottorato a Boston e il post-doc in California...

Che è un po' come trasferirsi dall'Europa dell'Est al Portogallo...
Esatto. Qui c'è la mentalità di cercare possibilità migliori senza paura. Gli studenti italiani devono avere meno paura di muoversi, magari verso Paesi come Svizzera o Germania. In Italia, poi, le Università stesse non promuovono la mobilità mentre negli Stati Uniti sono le Università stesse a scoraggiare che una persona resti troppo tempo in un certo ambiente di ricerca. Forse a scapito della produttivita' di quell'ambiente di ricerca, ma a vantaggio della singola persona!

Tu l'hai fatto con convinzione ma trasferirsi in un altro Paese comporta anche problemi e sacrifici: qual è la tua esperienza?
Nel fare il salto sono stata facilitata dal fatto che il fidanzato era partito l'anno prima ed era già in zona. Uno dei problemi è il fatto di spostarsi così tanto, la fatica di mettere radici. E all'interno dello stesso laboratorio, i colleghi possono cambiare. Poi è un problema la distanza dai genitori. Io e il mio fidanzato siamo figli unici. con Lorenzo parliamo spesso di quali scelte fare fra qualche anno: tornare in Italia o almeno in Europa o restare negli Stati Uniti? Dipenderà anche dalle opportunità, in questo momento la situazione non è rosea. Se potessimo scegliere liberamente, ci piacerebbe trasferirci in California. Sulla East Coast si vive di più la competizione sul lavoro, permea tutti i settori.
Un terzo problema? Le barriere culturali notevoli. Nella società italiana il ruolo della famiglia è molto forte, qui invece prevale l'individualismo. E anche con i vicini non è sempre semplice: spesso vengono da tanti Paesi diversi.