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Spettacoli

Verdi e Cajkovskij legati dal filo della solidarietà

26 marzo 2013, 00:47

Verdi e Cajkovskij legati dal filo della solidarietà

Elena Formica

Non andava pazzo per Verdi. Ma questo italiano era troppo grande per essere ignorato. Bisognava ascoltarlo sempre, ovunque, comunque. E alla fine non c’era di lui – della sua musica – qualcosa che non potesse essere anche (e sinceramente) amato. Così Cajkovskij, che a lato dell’attività di compositore svolgeva quella di critico per la «Russkie Vedemosti», assistette a molte opere di Verdi e le recensì. Al Bolshoi di Mosca spadroneggiava all’epoca un astuto impresario di nome Eugenio Merelli (non è detto che fosse figlio del più famoso Bartolomeo), abile mercante di spettacoli «all inclusive», per lo più Trovatori e Traviate che mandavano in visibilio il pubblico moscovita ma non Cajkovskij. Eppure, benché avesse definito Il Trovatore un’opera «banale», il compositore russo riusciva ad emozionarsi alla morte di Violetta o nel duetto Aida-Amneris.
Che dire: una «liaison dangereuse», seducente e inquieta, quella musicale tra Verdi e Cajkovskij. Un filo elettrico scoperto, vibrante, lo stesso che ha attraversato incandescente un concerto romano per almeno due motivi straordinario: l’essere stato eseguito da un complesso di 100 elementi in cui erano fuse l’Orchestra del Conservatorio «Arrigo Boito» di Parma e la Sinfonica di Roma; l’aver destinato l’incasso al restauro dell’Auditorium del Carmine, sede concertistica del Conservatorio di Parma, lesionato dal sisma del maggio scorso. In programma il Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 op. 23 di Cajkovskij (al pianoforte Roberto Cappello) e un degno omaggio a Verdi nel bicentenario della nascita: Preludi e Sinfonie da Traviata (atto I), Giovanna d’Arco, Un ballo in maschera e Vespri Siciliani, oltre alla Marcia trionfale con ballabile da Aida. Sul podio Francesco La Vecchia, direttore artistico e musicale dell’Orchestra Sinfonica di Roma, grazie al quale l’Orchestra del «Boito» ha potuto esibirsi in una delle più prestigiose sale da concerto romane: l’Auditorium Conciliazione. Pubblico numeroso, entusiasta; circa un migliaio di persone hanno applaudito quest’ esperienza ardita e singolare, non poco rischiosa, accolta con generosità e coraggio da La Vecchia su proposta di Cappello. Una sfida affrontata e vinta con quel talento speciale che appartiene a tanti giovani (assai più di quanti immaginiamo) e ai loro maestri: la passione. Ascoltando questi ragazzi, affiancati in orchestra da alcuni dei loro insegnanti e dai professori della Sinfonica di Roma, la gioia per ciò che hanno saputo fare, per ciò che hanno saputo essere al cospetto del pubblico e di La Vecchia, s’è all’improvviso mescolata alla rabbia: quanto è infame lo spreco di gioventù che si è perpetrato (e non cessa) nel nostro Paese! Non solo nella musica, sia chiaro. Ma la musica ce la suona, ce la canta, la verità. E verità è stato anche il formidabile pianismo di Roberto Cappello, quell’energia sanguigna e morale insieme che lo ha fatto volare sulla tastiera cavandone, con materico portento, accordi a piene mani, folli trasferimenti di registro, incredibili passi d’ottava e trilli, combinazioni di doppie note, avventurosi incroci. Tutto l’ «ineseguibile» di questo Cajkovskij domato con potente umanità, con tecnica infallibile come il cuore di un atleta e con qualcosa in più che è raro, in altri, ascoltare: un eroico, estremo istinto al dialogo con l’orchestra in quel campo di battaglia fra titani che è il concerto cajkovskijano. Con Cappello, sopra tutto una trascinante volontà di bellezza. E continui sguardi orgogliosi, fiduciosi, sui «suoi» ragazzi tra le file. A gran richiesta, il Maestro ha concesso come bis l’Ave Maria di Schubert-Liszt. Il brano è stato dedicato a Papa Francesco, una speranza.