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Quartieri-Frazioni

Quel ragazzo scartato dall'esercito "per fame"

29 marzo 2013, 00:57

Quel ragazzo scartato dall'esercito

Lorenzo Sartorio
 Una somiglianza «travolgente» con Anthony Quinn, anche se uno è nato «dedlà da l’acua» e l'altro a Chihuahua, in Messico. Sergio Capelli, presidente  del «Nuovo Circolo Solari»,   di  «Zorba il greco»  non solo ha il volto, ma anche la grinta. Anche perchè  per guidare un circolo, di questi tempi e  con tutte  le difficoltà, di grinta, per non dire di altri attributi, ce ne vuole   tanta.
 Settantasette anni portati con grandissima disinvoltura, Sergio nasce in strada Bixio, in una di quelle casette che si affacciavano   sull'antica fabbrica «Barbieri», poi «Robuschi»,  quasi a Barriera. Una famiglia onesta, ma umile e povera,  quella di Sergio: quattro fratelli, il padre Delfino, di origini montanare, che fa lo stampatore, la mamma Luisa «rezdóra» a tempo pieno sempre alle prese ad inventarsi qualcosa per dare da mangiare  a pranzo e a cena  alla sua famiglia.
 Allo scoppio della guerra, i Capelli si trasferiscono  a Basilicanova per evitare che le bombe di «Pippo» cadano sulle loro teste.  Terminata la guerra, il ritorno a Parma in un appartamentino di borgo Cocconi, a due passi dalla scuola elementare che frequenta il piccolo Sergio: la «Cocconi» in piazzale Picelli. Un borgo che dire popolare è poco,  quello dove risiedono i Capelli, un borgo dove si affacciano  ben  nove osterie.
La più frequentata è il «Nigorfumm»,  così chiamata per il colore delle pareti forse mai imbiancate  e quello che bicchieri che venivano lavati (si fa per dire) in un «sój». Sergio non è portato per gli studi e   le condizioni familiari  lo inducono a cercarsi  subito un lavoro che trova a 11 anni come garzone della pasticceria di Romeo Fava in strada D’Azeglio di fronte  a bórogh ädj Äzon (borgo Gian Battista Fornovo).
Dopo qualche anno passa a tutt'altro lavoro ed è assunto come apprendista dal vetraio Ghirarduzzi  sempre in «bórogh ädj Äzon». Riceve la famosa cartolina gialla per il servizio di leva e si presenta al Distretto Militare per la visita medica: scartato per disturbi di cuore. «A s'éra tant mägor e gràcil che al dotor la scambiè la fama p’r al mäl äd cór. Mo l’éra fama».
 Il felicissimo matrimonio, nel 1956, con Maria Veneri, una simpatica «rezdóra» nata nei « capanón äd via Goléz» ed ora provetta cuoca  del circolo dove prepara  solo piatti dell’antica tradizione parmigiana: «riz e vérzi», «buzéca», cotiche con i fagioli «anolén», «tordè», lessi con  gli immancabili « picàja » e «pjén».
Dopo qualche anno  alle dipendenze di alcune vetrerie, Sergio    si mette in proprio e diventa socio della «Vetreria Chiavarini». L’approdo al «Solari»  risale agli anni settanta grazie allo zio Renzo Balestrieri, socio storico del sodalizio,  del quale Sergio è eletto presidente  nel 2004. Una «famiglia» un po' numerosa, il «Solari», con i suoi 150 iscritti  fra i quali i decani novantenni Gino Magnani e Gino Bassi,  ma anche  tanti giovani  che, apprezzando  i piatti della Maria, hanno riscoperto i gusti dei loro nonni. Un aiutante della Maria  è  Luigi («Piedidolci»),  «il nostro cameriere tuttofare  dai gloriosi trascorsi nei più importanti bar e ristoranti parmigiani - dice Capelli - al quale noi tutti siamo affezionatissimi».
Al «Solari » alla mattina, nelle domeniche invernali,  si può gustare come aperitivo un bollente brodino ristretto, magari impreziosito  con una nuvoletta di lambrusco,  e  una pista da ballo all’aperto ricorda tanto i mitici anni sessanta.
  Momenti belli e  tristi in questi anni di presidenza? «Il momento più triste - ricorda Sergio - è coinciso  con la morte del fraterno amico Luciano Mainardi, anima del nostro circolo, mentre  momenti belli sono stati  quando abbiamo ospitato i bambini bielorussi di Chernobyl e quando abbiamo consegnato la maglietta crociata di Nakata ad un giovane disabile.   Se da noi uno entra per litigare gli indichiamo subito la porta, ma se una persona,  anche senza una lira,  ha fame, dal nostro circolo, esce sazia».
 Quello che preoccupa Capelli è il rischio di  chiusura per i circoli dopolavoristici più piccoli, centri sociali  molto importanti per la città: «Sarebbe necessario creare un fondo di solidarietà nell’ambito dell’Arci, alla quale siamo affiliati».