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Arte-Cultura

Dolore, sacrificio e amore estremo

29 marzo 2013, 18:05

Dolore, sacrificio e amore estremo

di Pier Paolo Mendogni

Nella Settimana Santa vengono ricordate la passione di Cristo e la sua morte sulla croce che avrà  una trionfale conclusione nella salvifica resurrezione pasquale. Il drammatico episodio della Crocifissione è stato uno dei più rappresentati nella storia dell’arte cristiana e proprio in questi giorni il Museo Diocesano di Milano ospita (fino al 2 giugno) una straordinaria interpretazione del tragico evento, dipinta da Vincenzo Foppa, i «Tre crocifissi», una tavola proveniente dall’Accademia Carrara di Bergamo, attualmente chiusa per lavori di ristrutturazione. 
Vincenzo Foppa (1430 – 1516), bresciano, è l’artista che ha impresso un’importante svolta alla pittura lombarda portandola dalle artificiose astrazioni del gotico a un realismo semplice, quotidiano. Roberto Longhi ha sottolineato come in tutta la sua opera le regole della grammatica rinascimentale siano state naturalizzate «in una sintassi più sciolta e non strettamente architettonica, in una lingua più corsiva e spedita, in un quadro più vero». Così l’artista viene considerato il padre del naturalismo lombardo da cui scaturiranno i venditori di ortaggi e generi vari di Vincenzo Campi, le nature morte, i personaggi di strada del Caravaggio.
I «Tre crocifissi» costituiscono la prima opera certa del Foppa e viene datata al 1450 dopo la rilettura critica dell’iscrizione nella quale l’artista si dichiara bresciano e indica l’esecuzione del dipinto con una espressione che può essere variamente interpretata. Le prime rappresentazioni della Crocifissione sono apparse nel V secolo, come documenta la porta di cipresso di Santa Sabina, fatta sotto Papa Celestino in cui Cristo è affiancato dai due ladroni; in quei secoli però si preferiva mostrare la croce spoglia, talvolta col simbolo costantiniano del Chrismon. 
L’iconografia si è arricchita di particolari nel «Codice dell’Apocalisse» del Beato di Liebana (975) dove un angelo attende l’anima del ladrone buono, un diavolo quella del cattivo e due soldati spezzano loro le gambe; un altro soldato innalza una spugna verso il volto di Cristo mentre Longino con la lancia gli perfora il costato da cui esce un fiotto di sangue che cade in un calice. Un’altra diffusa iconografia presenta solo Gesù crocifisso con ai piedi della croce la Madonna e San Giovanni evangelista (affreschi dell’VIII secolo). 
La Madonna e San Giovanni compaiono poi in tabelle verticali lungo il corpo di Cristo nei grandi crocifissi lignei del XII e XIII secolo dove l’espressione di Cristo cambia da quella del re vittorioso con gli occhi aperti a quella del Dio-uomo che muore soffrendo con gli occhi chiusi (XIII secolo). 
Con Giotto le scene della Storia Sacra si svolgono in ambienti naturali, realistici, seppur schematizzati, e così nella cappella degli Scrovegni (1303) la croce appoggia sulla roccia mentre lo sfondo è tutto azzurro come faranno Giusto de’ Menabuoi e Altichiero, aggiungendovi i ladroni. Nel Quattrocento lo spazio acquista una dimensione più ordinata, razionale. 
A Padova tra il 1443 e il ’54 lavora Donatello con l’innovativo  linguaggio rinascimentale che deve aver colpito il giovane Vincenzo (Brescia è vicina) il quale ha inquadrato la scena in un arco all’antica che appoggia su una balaustra marmorea e nel quale sono inserite le teste di due imperatori. 
I tre crocifissi si ergono su spuntoni rocciosi: Cristo è al centro e ha le braccia distese con le mani inchiodate alla croce mentre i due ladroni hanno le braccia legate alla traversa delle croce. Le loro espressioni (soprattutto quella del cattivo) sembrano portare un’eco degli affreschi che in quel periodo Mantegna stava realizzando nella cappella degli Orvetari nella chiesa degli Eremitani mentre il Cristo ha un più intenso, intimistico realismo toscaneggiante. Il paesaggio si proietta nella profondità di una valle con toni fabulistici, goticheggianti di un verde vellutato cupo e dorato e sullo sfondo si stagliano  un castello e una città fortificata in un gioco luministico che dalla drammatica oscurità  dell’attimo supremo della morte del Cristo uomo-Dio si proietta verso la luce della resurrezione. L’esposizione dei «Tre crocifissi» ha il suo naturale proseguimento nella basilica di Sant’Eustorgio, attigua al Museo, che contiene il massimo capolavoro del Foppa la Cappella Portinari da lui affrescata tra il 1464 e il ’68 con l’Annunciazione, l’Assunzione, quattro storie di San Pietro Martire e quattro tondi coi dottori della Chiesa, per la quale Roberto Longhi ha avuto espressioni di somma ammirazione riguardo ai dettagli naturalistici «frammenti di vero visti passando»: «una passeggiata in Lombardia che se non fosse dipinta da lui, parrebbe descritta dal Manzoni».