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Spettacoli

Film recensioni - Un giorno devi andare

30 marzo 2013, 21:19

Film recensioni - Un giorno devi andare

Filiberto Molossi

Tra le palafitte e le baracche di Manaus, nel mondo altro in cui si sorride per niente; o lungo il fiume, lontano da tutto, dove anche l'io si lascia inghiottire dalla natura più (pre)potente; oppure dentro di sé, tra i dossi ruvidi, le curve cieche e le salite di un percorso interiore ancora privo di destinazione. In tutti questi luoghi o, se preferite, in nessuno. Perché non importa dove o quando: ma «Un giorno devi andare».
E' sangue rappreso, di quello che non viene via la prima volta che ci passi sopra la mano, è un grumo di strazio chiuso dentro a un segreto, è come quando piangi e ridi insieme, nello stesso istante, e non sai perché succede. E' tutte queste cose il nuovo film, alto e profondo, interrogativo e ambizioso, di Giorgio Diritti che, tentato da una verginità intellettuale che appartiene agli ultimi, va, come la sua protagonista, all'ostinata ricerca della purezza delle cose, della loro origine, in attesa di un segno, di una voce, o almeno di un dubbio: là dove, forse, per ritrovarlo bisogna prima dimenticarsi di Dio.
C'è una bella voglia di sporcarsi le mani («se vuoi cambiare le cose devi andare dove le cose devono essere cambiate»), una coraggiosa e mistica poesia, oltre che un rigore e una sottrazione che sfiorano il documentario dei sentimenti, in «Un giorno devi andare»,  fuga primitiva dalle domande del dolore di Augusta (una bravissima Jasmine Trinca, che cammina nei sotterranei dell'anima di un personaggio complesso a cui resta aderente dal primo all'ultimo minuto), trentenne smarrita in un altrove (l'Amazzonia) dove, in bilico tra l'essere e il (non) avere, prova a ritrovare e recuperare un senso.
Nella sfumata ecografia di una nuova vita, un film di ricerca esistenziale e personale (e, in ultima analisi, anche cinematografica, espressiva) che si tuffa nel vuoto senza rete della perdita (e della mancanza, dell'assenza), per vivere e mettere in scena le feroci contraddizioni di un'epoca senza equilibrio, dall'algida severità di una civiltà lucida ma ormai morente (la nostra), alla contagiosa autenticità di un terzo mondo dove una felicità che non costa niente (immediata, diretta, genuina) è ormai minacciata e sporcata dal potere corrotto del denaro e dell'omologazione.
Contrasti e solchi profondi in cui Diritti si muove con coerenza e forte identità, portatore sano di un cinema etico sempre proteso alla prova, al misurarsi, in un confronto perenne e mai consolatorio, con la realtà, pubblica o intima che sia,  all'inseguimento di un centro che lo porti al di là del lutto (e del tutto).  E se è vero che il film è più denso quando ha a che fare con lo spirituale (quella barca che sembra quella di «Apocalypse now», in un viaggio ancora una volta interiore...) che non col sociale e che nel finale si dilunga, non può non apparire evidente che nel miserrimo italico panorama fatto di presidenti per caso, fidanzati per finta e principi abusivi, una pellicola come quella del regista de «Il vento fa il suo giro» e «L'uomo che verrà» è un regalo inconsueto. Un'opera che va protetta, difesa. E amata.
Giudizio: 3/5

SCHEDA
REGIA: GIORGIO DIRITTI
SCENEGGIATURA: GIORGIO DIRITTI, FREDO VALLA, TANIA PEDRONI
FOTOGRAFIA: ROBERTO CIMATTI
INTERPRETI: JASMINE TRINCA, ANNE ALVARO, PIA ENGELBERTH, AMANDA FONSECA GALVAO, SONIA GESSNER
GENERE: DRAMMATICO
Ita/Fra 2013, colore, 1h e 50'
DOVE: ASTRA