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Benvenuti a casa Cerri dove nascono campioni

03 aprile 2013, 01:18

Benvenuti a casa Cerri dove nascono campioni

 Vittorio Campanini

Alberto Cerri da San Secondo: è lui il futuro del Parma.  Neppure diciassettenne, ha debuttato al Tardini il sabato di Pasqua, nella vittoriosa partita contro il Pescara. Un evento atteso. Cerri di professione vorrebbe fare l’attaccante e intanto studia alla scuola degli Allievi Nazionali di Cristiano Lucarelli e a quella azzurra della Under 17 di Daniele Zoratto. Caratteristiche: potenza fisica, buon bagaglio tecnico e  senso del gol. Intanto frequenta il terzo anno dell’Istituto tecnico con indirizzo linguistico di San Secondo con esiti più che lusinghieri, nonostante gli impegni calcistici gli impediscano di essere in aula con assiduità. 
Ma chi è Alberto «Alby» Cerri? Abbiamo cercato di scoprirlo ascoltando la sua famiglia, il papà Davide, ex calciatore della Primavera, la mamma Samuela, coadiutrice scolastica e la sorella Giorgia, ultimo anno del liceo scientifico Bertolucci e una passione per la danza classica che coltiva al Centro Internazionale Danza di Parma. Un’occasione, anche, per scoprire come ha vissuto questo debutto una solida, tradizionale famiglia della Bassa. Convitato di pietra in questa nostra chiacchierata, il nonno Ercole Gualazzini, l’ex «sindacalista» del ciclismo dei tempi di Vittorio Adorni, del quale è stato fido scudiero. Il primo grande tifoso di Alberto che segue in ogni dove con passione e genuina partecipazione.
 
La mamma Samuela
Collaboratrice scolastica presso la scuola elementare di San Secondo, è il cuore pulsante e vigoroso della famiglia.
«Alberto – racconta – non è poi così diverso da come era da piccolo. Un bambino affettuoso, sensibile, socievole, aperto. Anche allora, come oggi, te la fa girare come vuole lui, in un modo che va sempre bene. Mugugni veri e propri non ne fa mai. Qualche volta brontola un po’ per i compiti ma poi, dopo cena, si ritira in camera sua a farli. La scuola è sempre stata al primo posto nei miei pensieri, anche se capisco che per lui non è facile conciliarla con il calcio, che lo assorbe per buona parte della giornata e che spesso lo porta in giro per l’Italia e per l’Europa. Da parte degli insegnanti ho però trovato grande collaborazione e di questo li ringrazio di cuore. Anche Alberto, però, si impegna molto. Fin qui, gli esiti scolastici sono sempre stati positivi e ottenuti con buone medie. La materia che predilige? La matematica.
Alberto partecipa attivamente alla vita famigliare. Io e Davide (il padre ndr) siamo genitori ancora giovani e siamo sempre stati aperti al dialogo, alla discussione e sin da piccoli abbiamo cercato di coinvolgere i ragazzi nelle scelte e nei problemi quotidiani. Penso poi che nella sua scala dei valori, la famiglia occupi il primo posto.
Perché Alby? – confida mamma Samuela – E' sempre stata Giorgia, la sorella, a chiamarlo così, addirittura prima ancora che nascesse.
Di questi tempi Alberto ha sempre la valigia pronta e quindi è tutto un lavare e stirare. Ma lo faccio volentieri, anche perché vedo che il ragazzo non è cambiato. Era ed è rimasto semplice. Quello che non deve mai mancare in valigia, sono ovviamente le scarpe da gioco. “Senza quelle - dice lui - al calcio non si può giocare. Tutto il resto conta poco”. Ed in effetti, qualcosa dimentica sempre. L’è straje cme un brancòn d’ris.
Alberto è sicuramente una buona forchetta. Spesso curiosa fra le pentole, solleva i coperchi, guarda, annusa. Brodo a parte, mangia di tutto. La pasta e la pizza sono al vertice della sua piramide gastronomica. Al ritorno di una trasferta all’estero, la pizza non deve mai mancare.
Sabato non me la sono sentita di andare allo stadio. Però ero tranquilla. Ero sicura che il ragazzo avrebbe affrontato questa esperienza in modo positivo. Come fa sempre. Mi sembra che anche questa volta ci sia riuscito.
Quando è rientrato dalla partita – conclude Samuela – mi ha abbracciato e baciato. Poi niente serata trasgressiva. E’ rimasto infatti a giocare alla play-station con un amico fino alle quattro del mattino».
Il papà Davide
Bancario, da centrocampista esterno, provenendo dalla Fulgor San Secondo, era arrivato a giocare nella Primavera crociata di Battistini, quando in prima squadra c’era Sacchi. Poi la serie D nel Colorno, nella Casalese, nei Crociati Collecchio. Quindi a Correggio, San Secondo, Berceto e Busseto. A 38 anni decide smettere e di restare nel mondo del calcio come allenatore, attualmente nelle giovanili del Pallavicino. 
«Quando ho visto che Alberto, da piccolo, cominciava a tirare qualche pallonata – confida papà Davide - gli ho voluto trasmettere il gusto, la gioia di divertirsi a giocare a calcio. Poi mi sono accorto che con il pallone fra i piedi era imprevedibile e possedeva intuito. Ho capito che  aveva qualcosa. Soprattutto la determinazione di arrivare. Cosa che io, forse, non ho avuto completamente.
Qualcuno dice che, nei confronti del ragazzo, nonno Ercole è incendiario e papà Davide pompiere.
Nella formazione di Alberto, la figura di nonno Ercole è stata determinante. Incendiario? Mah. Forse quando vede la gara, poi a bocce ferme anche Ercole è pompiere. Sì, in effetti, invece pompiere lo sono sempre stato. Ho sempre cercato di far capire che il calcio può essere una fabbrica di illusioni e quindi deve essere preso essenzialmente come un gioco, da fare però con grande passione.
La bici del nonno o il pallone del papà? Nessuno di noi due ha spinto Alberto verso l’una o l’altra direzione. La scelta è stata solo sua, anche se nonno Ercole, che ha la bici nel sangue, forse in cuor suo avrebbe preferito che Alberto seguisse le sue orme.
Sì, certo, Alberto ha tanto da migliorare ma questo lo lascio fare a chi ha competenze specifiche. Non voglio creargli confusione. Deve però migliorare il modo di usare il fisico. A volte lo fa; altre no. E poi deve imparare a non dare mai niente di scontato.
Il suo debutto in serie A, per tutti è stata una grande gioia. Per lui un traguardo raggiunto. Ma da domani deve togliersi la maglia numero venti, quella dove c’era scritto Cerri, e rimettersi quella della Fulgor, per ricominciare da capo. Sino ad oggi il ragazzo non ha mai avuto grandi problemi. Quando accadrà, bisogna vedere se avrà la voglia, la serenità, l’equilibrio giusto per poi riprendere il suo cammino. La famiglia in queste circostanze gli sarà vicina ma sarà sempre il lui protagonista di sé stesso.
Con tutti i suoi impegni, in effetti quest’anno lo abbiamo avuto poco a casa. Abbiamo cercato di fargli capire che è la sua vita, stabilendo priorità e tempi. A casa deve pensare alla famiglia e allo studio; in campo al pallone. Priorità che devono essere sempre presenti anche nel calcio. La prima squadra è un motivo di orgoglio, una grande soddisfazione ma la stagione la deve finire con i ragazzi della sua fascia di età, i cui obiettivi sono il campionato italiano Allievi e l’europeo Under 17.
Sabato... sabato ero là al Tardini ed è stata una giornata speciale...».  Poi la commozione gli tronca la parola. Che teneroni questi papà! Concludendo. Pizzi dice che Cerri è un predestinato; Zoratto stravede e ne ha fatto il capitano della Nazionale. Il papà cosa dice? «Faccio il pompiere».   
 
La sorella Giorgia
«Sono più grande di Alby di soli due anni. Non posso quindi definirmi come la classica sorella maggiore che distribuisce consigli. Siamo molto legati, ci compensiamo e prendiamo esempio l’uno dall’altra e viceversa. 
Caratterialmente – prosegue Giorgia – siamo diversi. Io più loquace; lui meno. Ma basta uno sguardo per capirci. Quello che ci accomuna è la determinazione, molto forte in entrambi.
Io di pallone non me ne intendo. Però penso che possa diventare un bravo calciatore, con testa e umiltà. Virtù che non gli mancano. Presuntuoso? Forse sì, ma solo un pizzico. Quello che ci vuole per emergere. 
Sabato ero allo stadio e devo dire che mi tremavano le gambe per lui. L’abbraccio, l’accoglienza del pubblico, è stata bellissima, indimenticabile».