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Giulio Sega, l'eterno "eroe" di Vicenza

06 aprile 2013, 01:29

Giulio Sega, l'eterno

Vittorio Campanini
I nome di Giulio Sega è indissolubilmente legato allo spareggio di Vicenza con l’Udinese del 24 giugno 1973, grazie al quale il Parma tornò in B dopo anni bui ed umilianti. Quello fu il trampolino di lancio di una favola crociata che dura ancora ai giorni nostri. Sega, abbandonato il calcio in conseguenza di un infortunio sofferto in una partita interna del Parma con l’Atalanta, sin da subito si è disinteressato professionalmente del pallone, concentrandosi sulla azienda di telefonia di famiglia. Il calcio però lo segue sempre. Ma solo da appassionato.  «Sono passati quarant'anni da quella calda giornata di giugno – ricorda Sega – ma il ricordo è ancora vivo e la soddisfazione tanta. Però, adesso lo posso dire, il mio, fu un gol un po’ fortunoso. Zanier, il portiere dell’Udinese, rimase abbagliato dal sole e non intercettò quel mio tiro, che non era certo irresistibile. A volte nella vita un po’ di fortuna ci vuole. Quello, comunque, è il gol che ricordo più volentieri. Probabilmente il più importante della mia carriera».
Cosa la lega a Parma?
«A Parma e al Parma mi legano tanti bei ricordi. Però Parma fu anche il mio capolinea come calciatore. Durante una partita casalinga con l’Atalanta, persa 2-1, il difensore nerazzurro Leoncini mi franò addosso del tutto involontariamente. Una brutta botta. Quando mi ripresi e vidi che Leoncini, un amico, si stava disperando, ho capito che mi era capitato qualcosa di grosso. Tibia e perone fratturati. Riprendere a 29 anni non era facile allora e, d’altra parte, dalla famiglia arrivavano sollecitazioni di un mio coinvolgimento nella azienda di telefonia che avevamo avviato e che allora era in pieno sviluppo. Allora ho detto basta con il calcio».
Perché non è rimasto nel mondo del calcio?
«Sinceramente, non ho mai pensato ad una carriera da allenatore o da dirigente. Mi piaceva stare in campo ed il pallone era sì una professione ma soprattutto un divertimento. Tuttavia il calcio lo seguo ancora. Il mio cuore è diviso fra Verona e Parma, tenendo in grande rispetto il Chievo».
E' rimasto in contatto con i suoi compagni di allora?
«Ma con quella squadra crociata avevo sviluppato un rapporto straordinario. Unico, direi, tanto che ancora oggi sento con i vari Colzato, Bonci, Volpi, Benedetto, Daolio. Ripeto, era una squadra ed un ambiente speciale. Dentro di me sentivo che in quella società stava maturando qualcosa di importante. C’é voluto ancora un po’ di tempo ma il Parma è diventato davvero grande».
Le capita di tornare a Parma?
«A Parma  vengo sempre volentieri e con Fausto Daolio, con il quale ho sviluppato un rapporto di vera amicizia, ci si incontra anche al Tardini.  Da allora è cambiato tutto ma l’erba è sempre la stessa e ti trasmette le stesse emozioni di allora».
 Che giocatore era Giulio Sega?
«Mah, quello era un periodo di grandi cambiamenti nel calcio e i ruoli erano un po’ confusi. Comunque io, più che centrocampista, mi sono sempre sentito attaccante».
 «Il calcio attuale – conclude Sega – è lo specchio della realtà italiana. Tutto si sta ridimensionando e solo la Juve cerca di tenersi al livello delle maggiori squadre europee. Come ho detto, sono fuori dal calcio e anche i miei due figli hanno intrapreso strade diverse. Quindi non conosco proprio le dinamiche manageriali attuali. Però mi sembra di poter dire che per venir fuori da questa situazione, bisogna puntare tutto suoi vivai, sui nostri giovani. I vivai vanno potenziati. A Parma so che stanno cercando di percorrere questa via e ne sono contento».