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Arte-Cultura

Racconto della domenica - Un abbraccio simile alla carezza di un'alba

07 aprile 2013, 20:45

Marta Silvi Bergamaschi
Scivolò dal fragile corpo di Lorenza con un’eleganza surreale: composto, lustro, due gambette ben tornite, una testolina folta di neri capelli. Ma la cosa che stupì Lorenza e l’équipe medica fu un gridolino gentile che assomigliava al finale di una melodiosa canzone. Non mi hai fatto soffrire, tu, pensò Lorenza. –E’ stato un parto da manuale- disse un’ostetrica. –Non dimenticate che la madre ha quindici anni: i tessuti rispondono, sono nuovi. Quindici anni,- disse il ginecologo con un tono strascicato di preoccupazione. Quindici anni, disse tra sé Lorenza, e mio figlio è nato da uno stupro. Veniva, la ragazza, dalla Moldavia. Lavorava come commessa in un negozio di alimentari con la sorella maggiore, Vera. Erano partite dalla loro terra con speranza e con coraggio, per aiutare la famiglia. Due brave ragazze. Poi giunse quella maledetta sera profumata di viole e di rose. Due forti mani s’appoggiarono sulle spalle di Lorenza e una voce terribile disse:-Taci, è meglio per te. E’ tanto che ti osservo. Andrà tutto bene.- La spinse dentro un portone. La strada era deserta e paurosamente muta. La violentò. –Stai zitta, se urli ti ammazzo. Bene, sei anche vergine, bella e stupida.- Le lacrime le si fermarono, come spilli, nelle pupille. Dell’uomo ricordò i capelli, gli occhi neri e duri. E il male: il male che trama, in silenzio, la sua atroce tela. –E il mio bambino?- chiese Lorenza a un’infermiera. –Arriva, lo vuoi conoscere, è giusto. E’ bellissimo il tuo piccolo.- Quando glielo portarono gli guardò subito gli occhi. Azzurri come i suoi. Gli osservò la bocca: una piccola bocca a cuore, un naso minuscolo appena un poco all’insù. Di quel perfido uomo, pensò Lorenza, ha soltanto i capelli neri. Io sarò suo padre e sua madre. Ho scelto di metterlo al mondo: è mio figlio. Tu, piccolino, sei soltanto mio, gli sussurrò. Lui  muoveva le manine, due graziose farfallette rosa. Era davvero un bel bambino. Lei, madre, si sentì un albero, con un fiore sulla cima, verso il cielo. Quando fu a casa parlò a lungo con la sorella:-Avrei dovuto abbandonarlo, venderlo a qualcuno, magari lasciarlo in un cassonetto? E’ vissuto nove mesi dentro di me, quando sentii i suoi calcetti risi a lungo e gli parlai. E lui pareva sentire; i calci morbidi e dolci  aumentarono, è una sensazione bellissima. Hai dentro di te una nuova vita, un mistero incredibile. Sarà un problema in più, è vero, ma una gioia immensa.- Vera le rispose:- Sei sempre stata una brava bambina, sarai una brava madre. Non è necessaria la presenza di un uomo, quando l’amore canta in ogni stilla del tuo sangue. E’ vero, un bimbo ha bisogno di molte cose, ma soprattutto di calore umano.- La loro vicina, un’anziana moldava, madre di cinque figli tutti impegnati a lavorare in una fattoria appena fuori paese, si offrì di tenere il bambino, quando le sorelle si recavano in negozio. Intorno sentivano un’autentica, spontanea solidarietà: nessun commento, nessuna domanda: Lorenza aveva un figlio. Il padre? Non importa, dissero le donne moldave; è un bimbo bellissimo e molto buono. Cresceva senza problemi. Le scarpette? Occorrono nuove. L’esigua comunità moldava porgeva un modesto aiuto. Lo chiamarono Libero. Qualcuno disse che Libero significava, dal latino “liber”, non soggetto al dominio e alla volontà altrui: franco, esente dai vizi. Libero sfoderava un sorriso dolcissimo e mostrava due piccoli, allegri denti. La prima volta che le sue labbra pronunciarono “mama” Lorenza lo strinse a sé. In un abbraccio simile a una carezza di un’alba, un amore con radici sempre più tenaci. Libero lo sentì e pronunciò, con una cadenza ardente “mama mia”.