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Parma

"Basta con i suk davanti ai nostri gioielli"

08 aprile 2013, 21:09

 Pino Agnetti

Fermiamoci, finché siamo in tempo. Perché di questo passo uccidiamo un città intera: la nostra. Ieri, e per di più di domenica, quasi tutti i nostri monumenti e spazi più belli e prestigiosi - il Regio, la Steccata, Piazzale della Pace - erano completamente accerchiati per non dire sommersi da una muraglia ininterrotta di bancarelle che ne oscuravano pressoché totalmente la visuale.  Qualche «istantanea» colta qua e là. Proprio davanti all’ingresso del teatro del Bettoli fatto edificare da Maria Luigia, una mastodontica distesa di borse e giubbotti non esattamente di purissima pelle. E lì accanto, svettante come un gonfalone d’altri tempi, un artistico cartello alto cinque metri con un bel paio di gambe e la scritta a caratteri cubitali «Depilazione indolore, effetto ceretta naturale no chimica» (per carità, anche in questo caso roba certamente di primissima qualità come documentato dalla rassicurante aggiunta «diffidate dalle imitazioni»).  E che dire del trionfo di «frittelle calde cotte al momento», «torrone alla mandorla perlata», «vacche rosse», birre fatte «chmé i tedesc», «mozzarelle panate», «olive ascolane e di pesce»  (olive di pesce?) innalzato tutt’attorno al grande prato della Pilotta? O delle facce di Verdi e di Wagner costrette a occhieggiare mute e malinconiche, e proprio in occasione del bicentenario di entrambi, fra una tenda e l’altra dello sgangherato accampamento? Che a qualcuno, ieri, è andato perfino peggio. Come ad esempio al monumento al Partigiano, soffocato anch’esso da una recinto impenetrabile di cartelli «Tutto per 3 euro».

O al grande Pietro Barilla, per via degli scatoloni e delle cianfrusaglie d’ogni genere accatastate alla rinfusa sotto la sua bella faccia di eterno signore impressa sui manifesti dello spettacolo «Cent’anni avanti!» che fra pochi giorni celebrerà la nascita del parmigiano più illustre e illuminato dell’ultimo secolo.
Fine dell’orrore? Macché, perché pochi passi più in là la Steccata affogava e colava a picco a sua volta sotto uno tsunami di calze, calzerotti, mutande e chincaglierie varie. La stessa sorte toccata, per altro, anche alle vetrine dei negozi fra via Garibaldi e via Mazzini, letteralmente cancellate e sepolte da un suk a cielo aperto capace perfino di offrirti delle deliziose «ossa di prosciutto» sotto vuoto, ma per cani.
Ora, è vero che si fa presto a criticare. Che siamo tutti alla ricerca affannata, se non di un  rilancio al momento impossibile, almeno di un modo per cercare di restare a galla. Ed è anche vero che sempre ieri un sacco di parmigiani sono finiti per scorrazzare avanti e indietro -  per forza! e cos’altro avrebbero dovuto fare dopo il diluvio interminabile dei giorni scorsi? - in mezzo alla pittoresca casbah testé descritta. Uno spettacolo che da solo meriterebbe una intera galleria fotografica. Che però, per ragioni soprattutto di spazio, almeno per ora risparmieremo anche per non infierire su chi, magari a fin di bene, aveva pensato e organizzato il tutto. Tuttavia, e per tornare all’appello iniziale, fermiamoci finché siamo ancora in tempo. D’altra parte, che cosa diremmo noi della «petite capitale» se domenica prossima, andando a fare un giro a Milano, trovassimo la Scala o il Duomo del capoluogo lombardo completamente circondati dalla stessa parata da sagra paesana? Non grideremmo forse allo scandalo? E non gireremmo sdegnati e delusi i tacchi per tornarcene a casa all’istante? E’ la stessa esatta tentazione che ieri ho visto stampata sulla faccia di una comitiva di turisti impietriti  di fronte al Regio. Si guardavano l’un l’altro attoniti, con le guide aperte in mano e l’aria stranita e incredula di chi si domanda: «Ma dov’è? Dove è finito?». Confesso di non essermela sentita di avvicinarli. Di informarli che uno dei templi della lirica mondiale stava proprio lì di fronte a loro, miseramente oscurato da un cartello con la réclame di una ceretta per le gambe (però «indolore» e «non chimica», che diamine!) e da un tapis roulant di frittelle e mozzarelle panate.
Comunque, se proprio il nostro destino è di diventare come un quartiere periferico del Cairo o di Hong-Kong, se cioè non c’è più speranza alcuna per questa città, che almeno ci si lasci liberi di morire poveri, sì. Ma belli. Come già fummo in un tempo neppure così lontano. E come potremmo tornare ad essere semplicemente ragionando. Quel tanto che basta per scacciare da noi l’ombra, più di tutte disastrosa, del ridicolo.