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Spettacoli

Bonati: "Indagine sul rapporto tra composizione e improvvisazione"

08 aprile 2013, 21:00

 Alessandro Rigolli

Il nuovo lavoro discografico di Roberto Bonati - contrabbassista, compositore, direttore d’orchestra parmigiano - porta il suggestivo titolo «Bianco il vestito nel buio» e vede impegnati, al fianco dello stesso Bonati, due musicisti come Alberto Tacchini al pianoforte e Roberto Dani alla batteria. L’origine di questo cd è una registrazione del concerto andato in scena al Ridotto del Teatro Regio di Parma nell’ottobre del 2011 grazie ad una coproduzione fra il Festival Verdi e la rassegna Parma Jazz Frontiere. In questa dimensione cameristica la visione musicale che trapela dagli affiatati scambi dei tre musicisti viene distillata nei sette brani che tracciano un percorso di ascolto originale, segnato da una cura per il linguaggio musicale che diviene cifra distintiva di questo lavoro. 
Roberto, «Bianco il vestito nel buio» contiene, oltre a tuoi brani originali, due omaggi a Giuseppe Verdi, «Tacea la notte placida» e «Lacrymosa»: come nasce questo progetto?
«Ho avuto modo di lavorare sulla musica di Verdi già nel 2001, l’anno del centenario, sia per il Vapensiero Day, la 24 ore di diretta dal Teatro di Busseto a cui partecipai in quartetto, sia per il progetto realizzato attorno alla figura di Lady Macbeth e titolato "The Blanket of the Dark", lavoro che scrissi per la ParmaFrontiere Orchestra e raccolto nell’omonimo cd. In quella occasione utilizzai il «Lacrymosa» ma anche alcuni riferimenti, soprattutto ritmici, dal Macbeth e la scala enigmatica utilizzata da Verdi nell’Ave Maria. In seguito anche nel 2010 con l’Ensemble Jazz del Conservatorio Boito presentai un lavoro orchestrale interamente dedicato alla musica di Verdi. E arriviamo al 2011, quando il Teatro Regio ci invitò ad inserire un concerto nel programma realizzato in occasione del Festival Verdi e così decisi di inserire questi due brani nel repertorio del trio».
Il tuo trio è una formazione ormai rodata: come lavorate tra testo musicale scritto e improvvisazione?
«Il rapporto tra composizione e improvvisazione é al centro della mia ricerca negli ultimi anni. Non mi riconosco più in una improvvisazione basata su delle forme chiuse proprie della musica jazz. Le mie composizioni in questo cd sono delle «forme aperte» - penso ai «mobiles» di Calder – e ogni composizione presenta differenti possibili «varianti», vale a dire molteplici letture che derivano dai vari elementi formali. Spesso lavoriamo su alcuni parametri, cioè determinate visioni dell’architettura compositiva, ma la cosa fondamentale è che queste differenti realizzazioni possono diventare musica ed esprimere una propria «magia» soltanto attraverso la profonda comprensione e conoscenza reciproca dei musicisti e grazie ad un lavoro di prove molto intenso. Si tratta di lavorare su di sé, all’interno di sé per raggiungere uno stato di presenza, di intensità nel suono e di concentrazione per completare le forme date attraverso un processo di composizione istantanea. Collaboro da molti anni con Tacchini e Dani e senza di loro questo progetto non avrebbe potuto realizzarsi con una tale profondità. C'è un linguaggio - o meglio molti linguaggi . contemporaneo unito ad una forte necessità espressiva che vuole comunicare con una urgenza primordiale, tribale».