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Parma

Al mio amico Pietro

10 aprile 2013, 20:56

Al mio amico Pietro

Davide Barilli

Come è arrivato alla decisione di scrivere un'intervista immaginaria, ma allo stesso tempo reale? «All'inizio  ero un po' perplesso. Poi mi sono reso conto che Pietro, in realtà era come se non fosse mai andato via. O  se ne fosse appena andato. Non da vent'anni, ma da poco. Con chiunque parlavo emergevano racconti, episodi, ma soprattutto la voglia di parlare di lui, c'era il piacere di raccontare. Lui era per tutti il  signor Pietro. Mi sono  reso conto che sarebbe stato bello farlo vivere. Facendo parlare lui».
Per il centenario di Pietro Barilla, il sociologo Francesco Alberoni ha scritto, edita da Rizzoli,  una lunga biografia («Pietro Barilla: “Tutto è fatto per il futuro, andate avanti con coraggio''», il titolo. Sottotitolo: «Biografia di un grande imprenditore»). Storico   consulente della Barilla, Alberoni è stato il «padre» del Mulino Bianco, con alcuni dei più famosi pubblicitari italiani, lanciando il sito costruito appositamente nei dintorni di Siena, accompagnato dallo spot di un giovane e allora esordiente Giuseppe Tornatore. Amico di una vita di Pietro Barilla, il sociologo ha firmato la monumentale ma agile biografia. 
Trecento pagine, ventisei capitoli (da «Le origini» a «Le ragioni del cuore», da «La guerra» a «La famiglia», da «L'esilio» a «La riconquista», solo per citarne alcuni)  che si leggono come un romanzo -  illustrate da oltre 100 immagini provenienti dall'Archivio storico Barilla - in cui si ripercorre, come in una grande epopea,  il battito esistenziale, in un continuo flash back, tra  vita e  lavoro,  di una delle figure di spicco dell'industria italiana del Novecento.
 Per tre anni ha continuato a «parlare» con Pietro. «Nella mia immaginazione - afferma Alberoni -  ma con una concretezza sconcertante. Perché quasi tutte le parole del libro sono realmente sue. Le ho sentite  direttamente da lui, oppure dai suoi figli, dalla moglie; le ho sentite nelle interviste che ha rilasciato, nei tanti filmati girati nel corso degli anni, poi nei racconti di tutti i suoi collaboratori più stretti, degli amici. E ho scoperto che tutti ricordano perfettamente ciò che diceva loro, e con un dettaglio impressionante. Pietro Barilla ha avuto il dono di lasciare impressi, nella mente e nel cuore dei suoi interlocutori, le sue parole, i suoi pensieri, i suoi valori». Il rischio maggiore per un libro come questo? «Non ne ho voluto fare un ''santino''. Quando mi è stato chiesto di scriverlo ero perplesso, poi ho pensato a un  mio libro, I  dialoghi degli amanti, sul modello dei dialoghi di Platone, che è appunto un  conversare, un'elaborazione. Quel libro per me, abituato a scrivere saggi, è stato come  un lungo esercizio: il fatto di essermi impadronito dello strumento tecnico  mi ha aiutato a  pensare a un libro intervista.  Ci tengo a dire che in gran parte le risposte sono vere, avevo un sacco di materiale, ma volevo soprattutto fare un  libro che fosse gradevole, dal momento che spesso leggere un'intervista non lo è affatto. Il racconto è mio, ma le cose dette e scritte provengono da Pietro o da chi l'ha conosciuto. Quello che mi premeva è che   emergessero  i suoi valori, ma questo era scontato. Valori come la tenacia, la generosità, l'attenzione al nuovo senza perdere di vista la tradizione, la sensibilità sia umana sia artistica e la territorialità, fanno sì che oggi venga ricordato da tutti come esempio di imprenditore ideale».  «Pietro era veramente il progresso - prosegue l'autore - perchè ridurre la fatica e la sofferenza dei lavoratori era uno dei suoi obiettivi. Ha concepito l'azienda come luogo dove produrre le cose con amore, ed ha  educato con i suoi principi e  il suo insegnamento i figli. Nel libro ho cercato di trasmettere questa atmosfera, rassicurante, fatta di umanità. Pietro Barilla era una persona dotata di naturale  eleganza e grande understatement. Se si trovava con altre persone il suo stile lo induceva a mettere in evidenza l'altro,  a valorizzarlo.  Non ostentava mai la sua ricchezza o   status symbol,   preferiva arricchire la sua collezione d'arte comprando un dipinto di Picasso o altri capolavori e frequentare gli artisti che stimava.  Era insofferente nei confronti della sciattezza e della volgarità. Il gusto, il buon gusto, ha caratterizzato il suo modo di essere, sia come imprenditore  sia nella vita privata. Un grande gusto in tutto, nella sua casa, nei quadri dei suoi pittori, nell'azienda. Il fatto è che Barilla ha sempre avuto  grande rispetto della bellezza,  basti pensare al rapporto con Erberto Carboni (artista e pubblicitario che inventò slogan restati nella storia come “Con pasta Barilla è sempre domenica'', ndr);   sta a significare che si avvicinava da uomo di gusto a un altro uomo di gusto. Per lui erano fondamentali le relazioni umane,  l'incontro con le persone. Penso ad esempio a Gavino Sanna, alla pubblicità della bambina con l'impermeabilino giallo   che torna a casa sotto la pioggia con un gattino tutto bagnato:  Pietro amava la famiglia, amava i  figli, questo Gavino lo aveva capito».
Ricerca della qualità, sempre. E desiderio di essere al passo con i tempi, con la consapevolezza che la vita non si esaurisce, ma prosegue oltre di noi. Questo spiega anche la scelta del titolo («Tutto è fatto per il futuro, andate avanti con coraggio») del libro. «E'  una frase scelta dai figli. Pietro era un uomo sorridente, ottimista, proiettato verso il futuro pur restando legato alle tradizioni. Aveva visto giusto, aveva intravisto  e previsto come sarebbero andate le cose dopo la guerra. Aveva intuito in anticipo che occorreva guardare l'America, un ottimismo confermato dai risultati. Di tutte queste cose si parla nel libro. Ha saputo  cambiare l'alimentazione italiana,  dalla confezione alla pubblicità. Sempre nella prospettiva dell'eccellenza. Basta pensare al forte contributo che ha dato al made in Italy, alla dieta mediterranea. Barilla   ha il merito di aver dato un’impronta significativa all’immagine del nostro Paese  nel mondo grazie alla visione innovativa e all’intuizione della pasta “regina” della cucina italiana, attraverso testimonial d'eccellenza, basti pensare a Mina».
Entrato giovanissimo nell’azienda di famiglia, dal 1947 Pietro ne ha tenute le redini per svilupparla in senso moderno fino a farla diventare la più grande industria pastaria del mondo, aiutato anche da un sapiente uso della comunicazione, come dimostra il coinvolgimento di Mina, appunto,  e di Fellini nelle celebri campagne pubblicitarie e il successo, più tardi, del marchio Mulino Bianco. Una lunga epopea, quella raccontata nel libro, che rievoca    la forza, la lungimiranza e l'attualità di Pietro Barilla.  Attraverso le radici famigliari, le vicissitudini del dopoguerra, i successi degli anni Cinquanta, la cessione alla multinazionale Grace e la coraggiosa riconquista alla fine degli anni Settanta. Ma il  volume, oltre che storia di un grande imprenditore, sullo sfondo   di un'Italia uscita malconcia dalla guerra e capace di crescere e svilupparsi,  diventa anche storia di Parma, dell'amore che Barilla aveva per la sua città, delle amicizie di una vita, della passione per l'arte e la cultura. 
Tre anni di lavoro  caratterizzati da molti colloqui con i figli, con chi lo ha conosciuto bene: «Ho letto le sue interviste, mi sono ricordato le cose che mi ha detto, ne ho colto un'immagine che è il prodotto di quello che era».    Una conoscenza di vecchia data,  quella con i Barilla. «Anni Sessanta. Gianni mi chiamò per selezionare il personale con criteri più obiettivi, ero molto bravo. Poi il rapporto è continuato sempre su cose nuove, come la Dieba, poi nel campo pubblicitario. Sono sempre stato molto vicino a Pietro, poi ai figli. Con loro mi sono sempre sentito a casa, in un'atmosfera famigliare, rassicurante. E' un mondo che ho vissuto da vicino, con affettuosa amicizia».
Si parla di tutto, nel libro. Un racconto che non tralascia  aspetti meno piacevoli: «Anche le  sofferenze, le malattie, gli sbagli professionali. Tutta la sua vita. Anche la beneficenza, che lui faceva ma senza farlo  sapere, amava i preti che si prodigavano per i poveri. Non ho fatto parlare le persone che ne hanno beneficiato, ho fatto parlare solo padre Paolino Beltrame Quattrocchi con una lettera ai figli». Non a caso il ricavato del volume, in vendita a 29 euro,  sosterrà l'Ospedale dei Bambini «Pietro Barilla», primo ospedale pediatrico della Regione Emilia-Romagna.
Vorrebbe che fosse  letto come un romanzo? «No, come una biografia di un grande uomo che ha lasciato una traccia forte nella storia del Paese. Ho cercato di evocare una persona straordinaria, farla vivere, vorrei che chi lo leggerà partecipasse ai suoi valori, a quanto ha saputo trasmettere. Come ritrattista volevo fare un ritratto somigliante, sapendo che il ritratto è sempre un'interpretazione, lasciando libera la componente  emotiva, la passione come quella che ha mostrato quando ha voluto riprendersi la Barilla. Era un grande imprenditore,  un  grande costruttore come ho scritto nel capitolo omonimo, forse era l'aspetto meno noto. Lui, gran signore, era cresciuto in una fabbrica, sua madre lavorava con le mani, metteva la pastina  nei sacchetti. Lui era tutte e due le cose, uomo di impresa, attento ai particolari,  i macchinari, la tecnica, e uomo capace di comunicare il suo talento».  
Il libro esce in un momento particolare per l'italia, come si augura venga accolto? «Spero dia una buona immagine dell'Italia imprenditoriale, del mondo imprenditoriale positivo che ha fiducia. Quella di Barilla e dell'azienda che oggi prosegue con i suoi figli è una bella immagine, pulita.   Barilla  disprezzava i falsi imprenditori finanziari, gli speculatori. Oggi abbiamo bisogno di immagini di questo tipo, di gente che ha saputo fare bene il proprio lavoro senza proporsi come un modello, ma   con forza d'animo, con concretezza,  con spinta vitale». Cosa direbbe ora Pietro Barilla leggendo questo libro? «Avete esagerato, non ho fatto niente. Non lo direbbe per falsa modestia, ma con grande naturalezza». La naturalezza di un grande.
 

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