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Economia

Prodotti eco, una svolta che paga

11 aprile 2013, 01:18

Prodotti eco, una svolta che paga

Lorenzo Centenari
«Life Cycle Assessment», questo sconosciuto. Non è più così estranea, per la verità, l’analisi del ciclo di vita (LCA) per stabilire e comunicare l’impatto ambientale di un determinato prodotto o servizio. Sicuramente, non a livello di multinazionali, che abitualmente ne fanno uso sia in ottica di marketing che in sede di progettazione. Di case history autorevoli, il panorama internazionale ne è colmo: da Volvo a Luxottica, da Sony a McDonald’s, oltre il 50% delle prime 500 aziende classificate da «Fortune» utilizzava il Life Cycle Assessment già nel 2000. Proprio l’LCA e altri strumenti volontari di strategie ambientali di prodotto sono stati oggetto, ieri a Palazzo Soragna, di una giornata di approfondimento promossa dall’Unione Parmense degli Industriali e guidata da Fabio Iraldo, direttore di ricerca presso l’istituto Iefe dell’Università Bocconi.
«La metodologia LCA parte dall’assunto che la performance ambientale di ogni prodotto passa da tutte le fasi del suo ciclo di vita, non solo – afferma Iraldo - quella produttiva o di consumo, come in apparenza verrebbe da credere. Si pensi al carico ambientale racchiuso nell’estrazione e il trattamento delle materie prime, nel trasporto, nella manutenzione, infine nel riciclo e nello smaltimento finale». Ma se un colosso della birra come Carlsberg ha di recente optato per un sistema di spillatura che esclude l’aggiunta di CO2 mediante l’utilizzo di fusti in Pet riciclabile anziché in acciaio, se inoltre Puma ha eliminato il tradizionale packaging per calzature con la più verde «shopping bag», non è (soltanto) un problema di immagine.
Dietro, stanno studi scientifici su consumi di risorse, emissioni nocive, punti critici del ciclo produttivo, persino selezione dei fornitori. Qualche tempo fa (2001), l’impulso principale a una strategia di sostenibilità fondata sull’analisi del ciclo vita lo diede direttamente la Commissione Europea, che allo scopo di uniformare piani di eco-sviluppo differenti da nazione a nazione formulò la cosiddetta Politica Integrata di Prodotto (IPP): «In realtà – osserva Iraldo – solo negli ultimi 2-3 anni le imprese di casa nostra hanno moltiplicato la propria sensibilità verso l’ecologia: basti dire che il bando pubblico indetto a marzo ha visto le risorse a disposizione bruciare in una manciata di minuti».
Già, l’ultimo ostacolo a una diffusione di massa dell’LCA, fattore che a lungo termine consente anche di calmierare gli sprechi di filiera, paradossalmente sono i costi: «Occorrono software e database molto complessi –ammette Iraldo – che in mancanza di incentivi le piccole imprese faticano ad adottare. Colpisce tuttavia come l’interesse per etichette ambientali ed «environmental footprint» sia esploso proprio ora, in un contesto cioè recessivo. È un’ulteriore testimonianza della valenza progettuale racchiusa da qualsiasi percorso volto a difendere la sostenibilità del prodotto finale».
 

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