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Marchionni a petto in fuori: "Visto che non ero finito?"

11 aprile 2013, 18:39

Marchionni a petto in fuori:

Paolo Grossi
La sua prima volta a Parma fu il 6 luglio 2001. Firma di un quinquennale in sede e immediata presentazione a stampa e tifosi, in anteprima a quella di Nakata. Immaginatevi dunque l'assiepamento di telecamere, taccuini e microfoni a seguire le prime parole da gialloblù di un ragazzo di neanche 21 anni che arrivava dall'Empoli. Ad accogliere Marco Marchionni quel giorno c'erano il presidente Stefano Tanzi e i dirigenti Larini e Fedele. Sono passati dodici anni, tanti volti, tante storie, e Marchionni si ritrova al Parma, un altro Parma, di cui lui però in questo lasso di tempo ha vissuto parecchie fasi, sia belle che difficili. Ulivieri, Passarella, Carmignani, Prandelli, Baldini, Beretta. E ora Donadoni. Con il quale è tornato ad avere un ruolo da protagonista, dopo un periodo passato nell'ombra.
«Sono arrivato a Parma l'estate scorsa dopo due anni un po' così. Francamente non capivo perché a Firenze mi avevano messo (Mihajlovic ndr) totalmente da parte. Dentro di me sapevo di non voler lasciare il mondo del calcio in modo così inglorioso, avevo grande voglia di ripropormi, di riscattare i periodi bui e di far vedere a tutti che non ero finito come giocatore. Ho pensato che Parma fosse la piazza giusta per riuscirci. Conoscevo benissimo l'ambiente, mi ci sono trovato a meraviglia, qui si può lavorare con  tranquillità  e si può ritrovare il rendimento perduto. Speravo di fare bene, era una scommessa, ma devo ammettere che neanch'io mi aspettavo di tornare così rapidamente  a giocare su certi livelli. Il risultato è andato al di là di ogni aspettativa».
Oltre alla conoscenza della piazza di Parma ha influito molto sul suo ritorno anche l'affettuoso rapporto con l'ad Leonardi.
«In effetti è così perché ci conosciamo da quand'ero ragazzino. Siamo tutti e due di Monterotondo, e io ho cominciato a giocare lì. Per qualche anno siamo stati lì insieme, poi insieme siamo passati all'Empoli. Lui poi andò alla Juve, dove io arrivai più tardi. Tra noi però è sempre rimasto un rapporto eccezionale. Lui mi conosce bene, sapeva quello che potevo ancora dare. Quando ho chiuso con la Fiorentina l'ho chiamato e lui mi ha detto che  poteva esserci una possibilità di tornare a Parma. E a fine estate per fortuna si è concretizzata. Avevo un solo modo per ripagare la sua fiducia: tornare quello di un tempo. Spero di esserci riuscito perché comunque lui ci ha messo la faccia per me, portandomi qui con la squadra già fatta e a campionato iniziato. Io mi sono messo a disposizione e man mano che è cresciuta la condizione fisica ho ritrovato un buon livello di gioco».
Il Parma quest'anno viaggia a  due velocità: una in casa e una in trasferta. Perché?
«In realtà noi ci siamo sempre giocati la partita, anche quando abbiamo perso, spesso di misura. Quindi con parlerei di carenza di personalità. Anzi, rispetto ai miei primi anni a Parma credo che stavolta ci siamo salvati senza patemi e cercando il gioco. Fino a  gennaio abbiamo fatto cose eccezionali, poi abbiamo avuto due mesi meno felici. Ora speriamo di fare una bella volata».
Quanto ha contato nella sua rinascita il cambiamento di ruolo?
«Avevo cominciato a Firenze a giocare interno di centrocampo, più che altro in allenamento. Mi trovavo bene, perché si è sempre nel vivo del gioco. Tra le altre cose a quasi 33 anni per me fare l'esterno sarebbe difficoltoso. Non dico che si corre meno, ma che lì riesco a correre meglio».
Anche Valdes in fondo ha avuto la stessa evoluzione.
«Sì, si può dire così. Sono contento che anche lui giochi in mezzo al campo. E' bello stargli a fianco perché riesce a fare grandi giocate con estrema semplicità».