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La Vasca

Imagine: il mondo a 20 anni - Ma alla fine, che ci importa della Calabria?

13 aprile 2013, 22:20

Francesca Gatti

Ma alla fine, che ci importa della Calabria? A noi, cittadini del Nord e a chi non è nato in terre calabresi?
Potremmo mettere da parte le passioni, i nostri sforzi, le nostre battaglie e convivere con un’ardua ma impercettibile realtà: la ‘ndrangheta inquina la Calabria e i suoi abitanti. Ma, come si suol dire, “lontano dagli occhi lontano dal cuore”. Perché un romano se ne dovrebbe occupare sensibilizzando, attraverso la sua presenza ed il suo racconto, dei ragazzi di una scuola emiliana?

E’ quello che si chiede Goffredo Buccini, inviato speciale de Il Corriere della sera la mattina dell’8 aprile, quando percorre la strada per recarsi al liceo classico Ludovico Ariosto di Reggio Emilia. Ed una risposta la trova.
“La mafia è la colla di questo Paese. La ‘meridionalizzazione’ sta unificando al peggio l’Italia. Come? Degradando i valori civili ed inquinando le terre, anche quelle del settentrione”. Se non lottiamo per estirpare il fenomeno mafioso al Sud, questo si propagherà, come un cancro, nelle istituzioni, negli appalti, nelle terre del Nord. “Salvare la Calabria, vuol dire dunque salvare tutta l’Italia”, spiega il giornalista ed autore del libro L’Italia quaggiù: “Ciò che vorrei è che i ragazzi del Nord invadessero la Calabria e si confrontassero con i loro coetanei del Mezzogiorno. Questa sarebbe una grande rivoluzione!”.

Ascoltare, vedere, venire a contatto con i problemi quotidiani, insomma: ‘toccare con mano’, e non solo ‘conoscere per sentito dire, o perché letto suoi giornali o ascoltato in televisione.
Buccini utilizza l’espressione coniata da Freedman per delineare il carattere dei giovani d‘oggi: ‘quiet generation’, letteralmente la ‘generazione quieta’, calma, composta da spaesati, da passivi, da coloro che aspettano tempi migliori.“La vostra dovrebbe essere una generazione incazzata”, si rivolge agli studenti,:”Ogni epoca necessita di una grande ideologia nel nome della quale battersi; noi l‘avevamo ed i nostri sbagli si sono ripercossi su di voi, per questo vi è stata negata una possibilità rispetto a noi, ai ragazzi della Calabria due. Occorre riappropriarsi delle proprie scelte, dei propri destini”. A questa tematica si ricollega Maria Carmela Lanzetta, la sindaca che ha concretizzato l’idea di un libro dedicato alle donne che lottano al Sud in realtà: “I giovani scappano dalla Calabria compiuta la maggiore età: si recano a studiare altrove, a Milano, Bologna, … L’emigrazione (anche se sarebbe più giusto parlare di esodo) che aveva spopolato il nostro paese negli anni ’50, ora è tornato a costituire una minaccia. Non esistono liberatori: ognuno deve riscattarsi da sé, utilizzando le leggi previste dallo Stato, potenziando la scuola e i tribunali. Non servono leggi speciali, ma una più accurata e seria attenzione per una porzione del Paese che è stata intaccata maggiormente da questa ‘malattia’”.

Tante volte si è domandata -e le è stato domandato- se ne era valsa la pena di far ritorno in Calabria dopo una laurea conseguita all’Università di Bologna ed un lavoro in una farmacia avviata, di dedicarsi alla politica e di battersi per quegli stessi valori che i poteri mafiosi cercano di oscurare, imbattendosi nelle diffamazioni che ne infangano la figura e scoprendo cosa significa vivere sotto scorta. “Se guardiamo ai risultati ottenuti, siamo invasi dalla frustrazione. Ma, dal momento che ci crediamo, ‘il gioco vale la candela’. I miracoli non esistono; solo un lavoro senza deroghe, quotidiano ed efficiente può cambiare le cose. Abbiamo dimostrato che si può amministrare in maniera diversa, onestamente: rifiutando all’indennità di sindaco dal 2006, credo di avere personalmente manifestato la mancanza di secondi fini che mi spinge a ricoprire tale ruolo. Sarebbe presuntuoso, da parte mia, definirmi sindaco ‘anti-’ndrangheta, perché sono una cittadina italiana che, ad un certo punto della sua vita, ha deciso, insieme ad un altro gruppo di donne, di governare un parte del proprio Paese”.

 

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