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Provincia-Emilia

L'incubo di Pianestolla: "Sentivamo i vetri e i muri scricchiolare"

13 aprile 2013, 19:38

Chiara Cacciani

"Noi che eravamo in paese ieri pomeriggio, e mai avremmo immaginato....". "Noi che questa mattina abbiamo sentito la terra che si muoveva sotto i piedi, gli scricchiolii dei muri e dei vetri che si infrangevano.". E' il  dramma di Pianestolla: un dramma che si compie in poche ore. Così poche che Guerrino Boschi e i suoi ragazzi – tre famiglie, sei persone in tutto – non sono riusciti a portar via da casa nemmeno una fotografia: crepe che diventano squarci, mattoni che cedono, timori che diventano pericolo reale, immediato. E' una belva sbucata d'improvviso la frana: qualcuno non la sapeva nemmeno in vita, altri la consideravano addormentata da tempo. E invece si è risvegliata di colpo, risucchiando nell'incubo chi a Pianestolla vive, e chi questa primavera d'emergenza, di baratri scavati dalla terra e di isolamento la deve gestire. Il paese non sarà evacuato, il nucleo storico sembra reggere. Ma la paura resta.
Pianestolla si aggiunge a Boschetto, a Lalatta, a Curatico e Signatico: tutte ferite aperte e chissà quando rimarginabili di un Appennino orientale che reagisce ma allo stesso tempo comincia ad accusare il colpo. Pianestolla no, non era prevista. E che il colpo al morale sia stato assestato con maestria si capisce bene dai volti  di chi arriva nella sala della Comunità montana a Langhirano per fare il punto della situazione con l'assessore regionale alla Protezione.
Ci sono tecnici dell'ente che raccontano il sopralluogo del giorno prima: "Eravamo proprio lì, c'era qualche crepa, ma non ci saremmo aspettati che dopo poco sarebbe stato necessario evacuare una casa: una cosa incredibile".   Si arrossano gli occhi, all'assessore tizzanese Serena Brandini, mentre mostra la foto della strada maciullata e non più praticabile. Indossa il giubbotto della Protezione civile, è una volontaria da tempo, e non se lo sarebbe aspettato di dover operare proprio lì, tra la sua gente. Neanche il sindaco Amilcare Bodria, probabilmente. E' un geologo in pensione e – lo racconta anche di fronte all'assessore regionale Gazzola – ne ha viste tante di emergenze. "Ma qui è diverso: l'emozione cambia, è fortissima. E ormai siamo in una situazione drammatica". Le viscere in movimento della terra le ha udite bene l'assessore provinciale Andrea Fellini. Un rumore " di vetri che si rompono e muri che scricchiolano  e dei tralicci che cadono. Impressionante, agghiacciante" (ascolta la testimonianza a Gazzettadiparma.it).
Sembra destinato a non richiudere mai le sue fauci, il "mostro". E ora la salvezza (precaria, appesa a un filo) dell'Appennino passa da altri nomi: da  Lagrimone, il crocevia, la frazione dei prosciuttifici (il 10% del Parma è prodotto lì), minacciata dai nuovi corsi che – sotto la spinta del fango e della frana – potrebbe prendere il torrente Bardea. E poi Antria, Case Bodria, dove la Massese è già dimezzata: "Se cedesse tutta Palanzano sarebbe collegato alla città solo raggiungendo Aulla e il suo casello autostradale – è lo spettro che evoca il sindaco Giorgio Maggiali – E' per questo che abbiamo bisogno di soluzioni. Non soluzioni ottimali: soluzioni. Perchè di tempo non ne abbiamo più".