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Arte-Cultura

Il colore dell'impegno

14 aprile 2013, 19:38

Il colore dell'impegno

Pier Paolo Mendogni
Sono ben sette i dipinti provenienti da Parma (5 di proprietà dello Csac e 2 di collezionisti privati) nella mostra «Armando Pizzinato - Nel segno dell’uomo», allestita a Pordenone nella Galleria d’arte moderna e contemporanea (fino al 9 giugno) a cura di Casimiro Di Crescenzo come l’elegante catalogo edito da Umberto Allemandi. Nello stesso periodo la Galleria Sagittario del Centro culturale propone «Armando Pizzinato - Il contesto pordenonese». E’ l’omaggio della sua terra a questo pittore che è stato uno dei principali protagonisti dell’arte italiana del secondo Novecento, promotore del Nuovo Fronte delle arti e principale interprete con Guttuso del realismo sociale italiano. Con Parma, Pizzinato ha avuto per alcuni anni un rapporto molto stretto in quanto ha tenuto la cattedra di Stile e Pittura Murale all’Istituto d’arte Paolo Toschi dal 1952 al 1956 e nel 1953 ha vinto il concorso dell’Amministrazione Provinciale per decorare la Sala del Consiglio di cui Carlo Scarpa ha disegnato l’arredamento. Nel 1954 è stata allestita una sua personale alla Galleria del Teatro e in ottobre ha iniziato gli affreschi della Provincia illustrando su una parete la Costruzione di un ponte. L’anno seguente ha dipinto due fatti storici emblematici dell’antifascismo parmigiano: le Barricate del 1922 e l’Eccidio di Bosco di Corniglio del 1944. Nel ’56 ha concluso la complessa opera – inaugurata il 16 ottobre – dipingendo in una parete una vasta scena di Trebbiatura e in quella alle spalle della Giunta lo stemma della Provincia che campeggia tra una varietà di gialli e di blu con ai lati immagini d’agricoltura e di industria. Diversi disegni preparatori sono esposti nella grande rassegna che ripercorre con ben 145 opere tutta la sua lunga e feconda vita d’artista, ricca di successi (è morto a Venezia nel 2004 a 94 anni). Sebbene abbia mostrato subito una notevole predisposizione per il disegno, gli inizi per Armando non sono stati facili perché, quando aveva 12 anni, suo padre si è suicidato per un dissesto; così a 15 anni ha iniziato a lavorare come fattorino nella Banca di Pordenone. Qui il direttore si accorgeva delle sue capacità di disegnatore e il consiglio di amministrazione gli pagava le lezioni private nello studio del pittore Pio Rossi. Le migliorate condizioni economiche della famiglia gli consentivano nel 1930 di iscriversi all’Accademia di Venezia e seguire il corso di Virgilio Guidi: al 1932 risale l’Autoritratto col pennello in mano che segna l’inizio della sua lunga carriera che ha un primo salto di qualità nel 1936 allorché vince una borsa di studio che gli permette di andare a Roma, dove resta fino al 1940. Nella capitale frequenta Mafai, Capogrossi, Guttuso e i risultati si vedono nei dipinti con le pennellate intrise di materia, di sostanza sia che «costruiscano» nature morte o paesaggi o nudi; e il suo nuovo Autoritratto (1939) è ben più intenso del primo.Lasciata Roma si trasferisce a Venezia dove incontra Zaira Candiani che sposa e nel ’43 nasce Patrizia. Intanto la sua attenzione si sposta sulla pittura europea, sul cubismo come si avverte nelle Nature morte del ’43 scandite da ritmiche semplificazioni. Dopo l’8 settembre entra nella Resistenza e aderisce al Partito Comunista, che influirà pesantemente sulle sue scelte. Appena terminata la guerra, infatti, insieme a Vedova sperimenta «nuovi contenuti e nuove forme per rappresentare la realtà». La matrice è realistica e i temi affrontati riguardano il lavoro («Porto con gru», «Dragamine e faro») e la società («Cena del pescatore», «Bambine che giocano») interpretati con una sintesi dinamico-costruttiva. Nell’ottobre del ’46 è tra i fondatori del Fronte Nuovo delle Arti che si pone in evidenza alla Biennale del ’48 e raccoglie artisti di linguaggi diversi, uniti solo dalla comune visione politica. Ed è proprio la politica a far naufragare questa esperienza, dove convivevano il realismo e l’astrattismo: alla fine del ‘48 il Pci scomunicava l’arte astratta allineandosi al «modello sovietico del realismo socialista» che trovava il principale interprete in Guttuso e al quale si adeguava pure Pizzinato verso il ’50, dopo aver dipinto straordinari quadri di una festosa dinamicità come «Finestra sul mare». Suoi soggetti diventano gli operai, i contadini, le mondine, i pescatori, gli scaricatori di carbone visti con materica solidità, ma anche i temi politici: «Tutti i popoli vogliono la pace», «Liberazione di Venezia». La morte della moglie nel ’62 gli procura una fortissima crisi e per alcuni mesi non tocca i pennelli, finché inizia a dipingere fiori e piante del «Giardino di Zaira» in cui ritrova la felicità di una pittura sciolta, emotiva, libera dalle regole restrittive del realismo sociale. Nel ’66 viene invitato alla Biennale con una sala personale. Espone a Praga e incontra Clarice Allegrini che diventa la sua nuova compagna. L’anno successivo vengono allestite sue grandi mostre a Mosca e all’Ermitage. Pizzinato in Russia riscopre le betulle, a Venezia il volo dei gabbiani che riprende mentre decorano lo spazio con aerea leggerezza. Il suo segno si fa più rapido, stenografico. Dipinge direttamente sulla tela intrecciando con dinamicità forme architettoniche che i colori ammorbidiscono o esaltano a seconda delle sensazioni che vuole trasmettere e che coinvolgono lo spettatore nei loro intricati labirinti che evocano la passionalità di Garcia Lorca, inquietudini interiori, suggestioni marine, brezze di libertà, visioni d’audaci bellezze.

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