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Boston: bombe al traguardo della maratona. Tre morti, 140 feriti. Il "parmigiano" Nebiolo: "Ho visto spettatori dilaniati"

15 aprile 2013, 23:16

Boston: bombe al traguardo della maratona. Tre morti, 140 feriti. Il

Tre vittime, tra cui un bambino di 8 anni, e oltre 140 feriti, di cui almeno 19 gravi. Oltre 10 le amputazioni. Si aggrava così il bilancio della tragedia alla maratona di Boston che ha fatto ripiombare gli Stati Uniti nell’incubo terrorista. Al momento, ma la prudenza è d’obbligo, nessun italiano risulta tra i feriti.
Sulle tv americane vengono trasmessi in maniera ossessiva i tanti video delle due esplosioni a 12 secondi di distanza. Quindi le grida della gente in preda al panico e il sangue sulla strada. Scene forti che gettano un Paese intero nell’angoscia, in uno stato di choc. La foto di un podista di 78 anni scaraventato a terra dallo spostamento d’area a pochi metri dallo scoppio è già diventata l’immagine simbolo, l’icona di questa tragedia. Tra i concorrenti della maratona c'erano anche 227 italiani, tra cui alcuni parmigiani. Il direttore di Parma Repubblica Antonio Mascolo: "Ero lì, tra gli ultimi, A 12 km dall'arrivo si sono visti i primi segnali di interruzione della gara". In gara c'era anche l'ex dirigente del Parma Calcio e poi di Guru Patrick Nebiolo. E' sua la drammatica testimonianza rilasciata al Tg5: "Correvo da quasi quattro ore, ormai ero arrivato. Ho sentito una prima esplosione, ho visto un gran fumo bianco quando ero in prossimità della linea d'arrivo. Non ho pensato a una bomba ma a fuochi d'artificio, poi dopo 12 secondi ho sentito la seconda esplosione". A quel punto, racconta Nebiolo, "ho visto le fiamme, corridori davanti a me che cadevano e tra  il pubblico persone dilaniate, gente che ha inziato a piangere. Si è saputo subito che era stata una bomba e siamo scappati: ci hanno detto che quelle esplose erano state messe in un cestino dei rifiuti, quindi hanno fatto allontanare tutti da qualsiasi contenitore presente lungo il percorso". 

Era arrivato al traguardo 25 minuti prima, ma quando ha sentito le esplosioni è fuggito terrorizzato. Il podista reggiano Bruno Benatti, presente a Boston, ha affidato ala sua testimonianza ad un sito dedicato al podismo. «Ero arrivato da 25 minuti ed ero in fila, molto vicino al traguardo per via del numero di pettorale alto», dice Benatti, «ho sentito due esplosioni successive e forti e a quel punto sono scappato a gambe levate».
 Stava invece ancora correndo Fausto Pavesi, maratoneta di Guastalla. «Ci hanno fermato al km 41 impedendoci di avvicinarci alla zona di emergenza. Abbiamo capito che era successo qualcosa di grave ma non capivamo che cosa. Poi il tam tam degli altri corridori ci ha permesso di capire. Comunque stiamo tutti bene».
Anche Benatti ha raggiunto subito l’albergo per avere notizie degli altri compagni di maratona, anche loro reggiani partiti con lui. «Arrivato in albergo mi sono attivato per avere notizie di Paolo Melloni, Carlo Carletti e Fausto Pavesi (tutti reggiani, ndr) perchè il loro tempo presunto era all’incirca quello dell’esplosione. Da quel momento qui c'è stato spazio solo per militari, polizia, ambulanze ed elicotteri. Si dice che abbiano trovato un altro ordigno inesploso. È andata bene, ma è l’ultima maratona».

 Intanto il lavoro degli inquirenti è a tutto campo. Nessuna pista viene esclusa. Così come affermato da Barack Obama, non si conosce ancora la matrice dell’attentato: se esterna, legata al fondamentalismo islamico, o interna, legata ad estremisti come quelli che il 19 aprile del 1995 fecero saltare in aria un edificio federale ad Oklahoma City, provocando 168 morti e 680 feriti.
Alla guida delle operazioni gli agenti del Fbi, che in una breve conferenza stampa hanno ribadito come siano in corso «indagini criminali, potenzialmente nell’ambito del terrorismo». Mentre si sta passando al setaccio ogni foto, ogni fotogramma delle telecamere a circuito chiuso della zona, trapela la notizia che ci sarebbero alcune immagini di un sospetto vestito di nero, con due zainetti sulle spalle.  
 Inoltre, si sta dando la caccia a un furgone preso a noleggio che è stato visto entrare nella strada della corsa appena prima dello scoppio, e poi scappare via. Pare che i due ordigni, artigianali, pieni di cuscinetti a sfera, siano stati posti dentro alcuni cestini della spazzatura lungo il marciapiede e siano stati fatti esplodere con un telecomando a distanza.
Si era anche sparsa la notizia del ritrovamento di altri cinque ordigni inesplosi, oltre alle tre bombe che fortunatamente non sono scoppiate e fatte brillare dagli artificieri. Ma più tardi gli inquirenti hanno fatto sapere che non si trattava di dispositivi esplosivi.
Smentita anche l’indiscrezione secondo cui gli agenti avrebbero già fermato un giovane saudita. Piuttosto, la polizia di Boston sta interrogando una "persona d’interesse", un giovane straniero negli States con visto studentesco, rimasto ustionato dall’esplosione. Ma sempre gli inquirenti sottolineano che non si tratta di un "sospetto".

In giornata è poi emerso che gli ordigni usati a Boston erano costituiti da pentole a pressione piene di schegge metalliche, chiodi e cuscinetti a sfera, collegate a detonatori. Lo riportano i media statunitensi, citando fonti di polizia. Le pentole erano in buste di nylon nera o zaini e sono state trovate anche tracce di circuiti elettronici che farebbero pensare all’uso di timer.
 

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