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Economia

Comunione dei beni: i limiti

16 aprile 2013, 15:21

Comunione dei beni: i limiti

L’azienda di mio marito sta andando male e ha diversi debiti. Sono preoccupata per la nostra casa, che abbiamo assieme in comunione dei beni. Se le cose dovessero peggiorare potrebbero attaccare anche la mia quota di casa? E’ meglio fare la separazione dei beni?
A.F. Parma

 


A CURA DEL CONSIGLIO NOTARILE DI PARMA
Quando, nel 1975, venne approvata la riforma del diritto di famiglia, in luogo della separazione dei beni venne introdotto come regime ordinario della famiglia quello della comunione legale dei beni, che opera se i coniugi nulla decidono in proposito.
 Doveva servire a tutelare il coniuge “debole”, secondo gli schemi sociali degli anni ’50 e ’60 quando la famiglia era prevalentemente monoreddito e la moglie casalinga. Nel frattempo la società era cambiata e la riforma appariva già in ritardo sui tempi. La necessaria contitolarità di beni derivante dal regime di comunione in taluni casi poteva essere percepita come un intralcio.
Da ciò, ma soltanto per ragioni di praticità, la scelta della separazione dei beni per molti di coloro che svolgono attività economica in proprio o in società. L’aggravarsi della crisi economica porta a rivedere le convinzioni in ordine alla scelta del regime patrimoniale fra i coniugi. E si giunge al paradosso che la comunione legale dei beni non solo non tutela il coniuge di chi svolge attività economica, ma può arrivare a danneggiarlo.
L’esecuzione immobiliare   Cosa accade quando l’azienda dell’imprenditore (o dell’artigiano o del commerciante) è in crisi a tal punto che i creditori aggrediscono la casa, in comunione fra il marito imprenditore e la moglie estranea all’attività? La risposta più semplice, e a prima vista più logica (pignoramento e esecuzione immobiliare solo sulla quota di una metà del marito) in realtà non appare tecnicamente la più corretta. Una bocciatura a questa procedura, che peraltro la maggior parte dei Tribunali aveva abbandonato, arriva da una recentissima sentenza della Corte di Cassazione. L’esecuzione sulla sola quota del coniuge imprenditore non è possibile, perché a differenza della normale comproprietà, la comunione legale fra coniugi non ha quote. Ciascuno dei coniugi ha diritti sull’intero bene, non su una quota. E quindi è tutta la casa, e non solo una quota, che dovrà essere ceduta all’asta. Al coniuge non imprenditore, la moglie nel nostro caso, andrà riconosciuto soltanto la metà del ricavato. Che non sempre, nelle vendite forzate, corrisponde al valore effettivo della quota dell’immobile.
La separazione dei beni Diversa è la procedura se i coniugi si trovano in separazione dei beni. La proprietà comune non è più una comunione senza quote dell’intero, ma la titolarità, per ciascuno, della propria quota. Quindi in caso di situazioni debitorie da parte di uno solo dei coniugi, sarà soltanto la quota di questi ad essere sottoposta ad esecuzione, restando indenne la quota di spettanza del coniuge estraneo all’impresa. Soluzione sicuramente più equa, che riconduce il rapporto fra debitore e creditore soltanto fra i due soggetti interessati, tenendone fuori il coniuge, che nessun ruolo ha avuto nell’impresa.

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