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Il ristorante di Chichibìo

La Fiaschetteria, buon cibo e buon vino

18 aprile 2013, 19:27

E' sempre molto piacevole tornare in questo ristorante della prima campagna piacentina, a pochi chilometri di distanza da Busseto. Per la calma e la tranquillità che vi si trova e per la cura attenta e mai invadente del sorridente patron ben sostenuto dalla gentilezza del servizio.   Nelle case di un grande podere e, più precisamente, nelle stalle sono state ricavate alcune camere a locanda e le sale da pranzo: quella più raccolta col camino acceso, quella più grande con arredi di gusto dove si mescola moderno design e argenteria, tappeti, fiori, stoviglie scintillanti.  Ci se ne accorge già entrando, e la lettura della carta lo conferma, che qui c'è molta attenzione alla scelta del vino e una vera passione per i distillati: scaffali interi di whisky, rhum, cognac, grappe dei migliori produttori, a gradazione piena, di distillerie ora chiuse e dunque bottiglie ormai introvabili, con molti anni di invecchiamento.  La carta dei vini è all’altezza: dall’Italia, alla Francia, a una ricca selezione piacentina.

La cucina, i piatti
Stile culinario che si nutre dell’alto e del basso, di materie prime povere (la coda, il cotechino) e di prodotti costosi (il foie gras, il culatello, il piccione), spesso tra di loro contaminati, preparati secondo il gusto della cucina locale e dunque sapore e condimenti, qui mai eccessivi per non appesantire il piatto, per salvarne l’equilibrio.  Una flute di spumante piacentino rosé di molta piacevolezza, sapidità perfetta, aromi eleganti e nome appropriato («On attend les invités», Luretta) e due fette di culatello (di produzione diretta e di più che discreta qualità) aprono il capitolo degli antipasti (15-22 euro) che prosegue con la terrina di foie gras d’oca, pere al Sauternes e pain brioche caldo (precisa, delicata, di contenuta dolcezza) e nel saporoso tortino di baccalà mantecato con patate appoggiato su una passata di broccoli. E anche: cotechino e lenticchie; coda di bue; cappesante al rosmarino, peperoni e spalla cotta; paté di lepre. Il savarin di riso è, nella bassa del Po, una prova inevitabile e l’omaggio dovuto ai coniugi Cantarelli, maestri di ognuno. Anni fa lo trovai slegato e con eccesso di pomodoro, ora mi sembra molto migliorato: risotto allo zafferano (è la nota personale della cuoca rispetto al modo di Mirella Cantarelli), sugo di porcini secchi, polpettine e lingua salmistrata in preciso equilibrio e molta piacevolezza. La stessa che aveva la pasta al torchio con gustoso e ricco ragù di agnello di Zeri.

Altri primi (15 euro)
Tortelli di zucca e foie gras; plin d’arrosto d’anatra e salsa di castagne; caramelle di brasato e crema di tartufo. Alle pietanze (le chiamano così, 18-23 euro) discreto piccione al forno con ristretto di cioccolato al Porto; buona la carne del filetto di manzo con senape dolce in grani. E ancora: trancio di baccalà su crema di cannellini; salmerino con salsa verde; oca in confit; lumache alla borgognona. Per finire c'è (per chi ha ancora appetito) il semifreddo della bassa, burroso e insolente nella suo essere ghiotto, qui con crema di mandorle e caffè; la zuppa inglese; il bonet di gianduja, la torta di cioccolato e pere (11 euro). Menu degustazione a 60 euro, 4 piatti alla carta circa 64 (bevande escluse). Menu non esposto, coperto abolito, bagni e ingresso con gradini, camere a locanda.

Non mancate
Savarin di riso.
 

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