Sei in Archivio

Salute-Fitness

"Parto indolore", è boom: scelto da 25 donne su 100

22 aprile 2013, 01:16

Monica Tiezzi

Il parto naturale senza dolore, grazie all'anestesia epidurale, è partito all'ospedale Maggiore   - in forma gratuita per le donne che ne facciano richiesta e non presentino controindicazioni -  il 10 novembre scorso. Le richieste si  sono assestate  a fine marzo al 25% (più della media italiana, che  è del 15-20%)  con previsioni di ulteriori aumenti, in linea con quanto avviene a livello regionale (il Sant'Orsola di Bologna, ad esempio, è già al 37,7%). Al Maggiore nel 2012  avevano  partorito in analgesia l'11,2% delle pazienti.
E' tempo quindi di raccogliere dati su questa pratica - introdotta all'ospedale di Parma da metà degli anni '90 ma limitata a  poco più del  10% delle gestanti,   finchè era a pagamento - per verificare criticità e  studiare  miglioramenti. Anche a questo è servito il seminario di aggiornamento in medicina perinatale -  organizzato dalla Neonatologia e dal Dipartimento materno infantile dell'ospedale Maggiore -  che si è svolto ieri nell'aula congressi dell'Ospedale Maggiore con grande partecipazione di pubblico.
I vantaggi del parto in analgesia sono evidenti: il dolore del travaglio e del parto  è equiparato - ha spiegato l'anestesista Raffaella Troglio,  della seconda Anestesia e rianimazione  del Maggiore - a quello per l'amputazione di un dito, più forte  del dolore da cancro o da frattura. Un'analgesia adeguata riduce lo stress materno. Ma  gli studi  non hanno ancora chiarito se riduce anche  quello del bambino. Ed è proprio il «punto di vista» del neonato  che  si  sta  cercando di approfondire. Il parto in analgesia causa infatti - nel 55% delle donne che ne hanno beneficiato, secondo studi recenti  - l'insorgenza di febbre, nel 25% dei casi oltre i 38 gradi, come ha spiegato Guido Cocchi della neonatologia del Sant'Orsola di Bologna. Una febbre sulla cui natura - infettiva o infiammatoria? - il dibattito è ancora aperto, ma che può comunque causare problemi al bambino. «Bisogna riconoscere in anticipo quali donne sono a maggior rischio di febbre e attuare strategie per contenerla e limitare l'esposizione fetale», spiega Sara Dallaglio, specialista della Neonatologia del Maggiore. Altro problema è l'aumento dei parti «operativi» (ossia che necessitano della ventosa) quando interviene l'anestesia: «Un aumento da 30 a 60 volte», fa notare Cocchi. A Parma i parti operativi fra le donne in analgesia sono stati nel 2012 il 18,5% contro il 7% dei parti non in analgesia.  La partoanalgesia inoltre allungherebbe il travaglio «soprattutto nella fase espulsiva», come spiega Dallaglio, e   avrebbe anche evidenziato un aumento dei ricoveri per iperbilirubinemia.Questo non significa, naturalmente, che il parto naturale in analgesia   sia «bocciato». «L'anestesia nel parto rappresenta un grande progresso, ma la casista e il follow up  sono  ancora limitati. Occorre studiare molto per evitare o minimizzare gli effetti collaterali», spiega Cinzia Magnani, direttrice della Neonatologia del Maggiore. Per questo sta per partire proprio in Neonatologia uno studio di sei mesi che analizzerà l'evoluzione del travaglio nei parti in analgesia e gli effetti sui neonati a breve e a più lungo termine, anche per quanto riguarda l'allattamento al seno che, secondo alcune ipotesi, potrebbe essere alterato o influenzato dai farmaci usati per l'anestesia. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA