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Arte-Cultura

Metti una sera a cena in Trinacria

22 aprile 2013, 01:58

Felice Modica

Posto d’onore. Tavolo di presidenza, cena di gala fianco a fianco degli ospiti illustri. Tutti in blu. Meno male che non entravo nello spezzato.   Sono teso. Ci tengo a non sfigurare davanti al bravo musicista con occhialoni da sole alla Califano, che somiglia a Danny De Vito. Applaudo con entusiasmo alla sua interpretazione de ‘U zu Nicola,brano folk del caro estinto che qui s’intende celebrare: una cover, da Siracusa a Fiumefreddo.   Neppure voglio far brutta figura di fronte alla sua compagna di vita e di spettacoli, l’attrice che interpreta sul palco i versi dell’artista scomparso.     Brava anche Lei. Non sorrido alla sua imitazione della gatta. Non sono eleganti le riflessioni anagrafiche sulle signore. Neppure sulle signore di spettacolo.   Labbra serrate, quindi, e trattengo pure la battuta di pessimo gusto che tenta a forza di uscirmi dalle labbra: dal catering al catetering. La mando giù e la cosa mi procura un attacco di tosse, che attribuisco ai miei problemi di tiroide. (Tutti, al tavolo, parlano di malattie e almeno una la devi esibire, altrimenti non sei nessuno…). Faccio il bravo anche quando, una volta identificato il personaggio che stiamo celebrando, mi ricordo benissimo di lui, ma decido di non ricordarmi che il suo ristorante, trent’anni fa, non chiuse i battenti per filantropia del gestore, che non avrebbe preteso un soldo dai clienti, come stasera si sostiene, ma perché ai clienti, il suddetto filantropo dava da mangiare i gatti e a chiuderlo ci pensò l’Ufficio Igiene, dopo una soffiata. Ma è roba vecchia, inutile parlarne.   Chissà, però, come la prenderebbe la storia dei gatti, la graziosa professoressa vegetariana che mi siede accanto. Parla come un gourmet, eppure ammette di non saper cucinare.   Faccio finta di nulla anche quando mi accorgo che la suddetta amante dei vegetali ha addentato, prima un tocco di baccalà, e subito dopo un crostino di ‘nduja di Spilinga. Ancora a bocca aperta, la piccola professoressa coraggiosa si riprende annaffiando la ‘nduja di vino rosso. Resa più socievole dall’alcol, mi chiede timidamente se la ‘nduja contenga proteine animali. Misericordioso, rispondo che non credo, penso si tratti di un concentrato calabrese di verdure e spezie piccanti. Mi guarda riconoscente: a volte, l’ignoranza ti salva la vita e la reputazione.   Ascolto con sguardo rapito le affascinanti spiegazioni del presidente, relative alle tecniche di smontaggio e rimontaggio delle imponenti e pesantissime tende di broccato del salone di rappresentanza in cui si svolgono le nostre gozzoviglie. Mi tocca pure un breve intervento di saluto e ringraziamento. Tutto sembra ormai essersi svolto nel migliore dei modi. Ho quasi superato la prova. Ho resistito a molte tentazioni. Troppe. Così, quando mi si presenta l’ultima occasione, non la lascio scappare. Il responsabile della mia presenza qui, stasera, è salito sul palco e sta cominciando il suo discorso. Lesto, tiro fuori dalla tasca dei pantaloni il cellulare e lo predispongo per  le chiamate anonime. Io, che ho scritto centinaia di lettere anonime, firmandole poi tutte, per protervia, sto davvero telefonando anonimamente. Chiamo da sotto il tavolo e il risultato è formidabile. Parte una suoneria col motivetto di the entertainer (la colonna sonora del film La Stangata, per intenderci), e l’oratore cerca disperatamente di recuperare l’apparecchio nella tasca remota in cui l’ha confinato. Stacco la chiamata, giusto il tempo perché si ricomponga e, via di nuovo col ragtime. Tre volte! Un successone…Imperturbabile mi godo la scena, minimizzando l’incidente coi commensali che, invece, non perdonano. Neanche mia moglie si è accorta di nulla. Stoppo la curiosità della piccola vegetariana, che mi ha visto armeggiare sotto il tavolo,  rivelandole che ho un figlio in America e ho appena ricevuto una foto… Al ragazzo che partiva, avevo solo raccomandato: non chiamare, divertiti.