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Parma

Antonio Benassi, dalla musica al cinema

22 aprile 2013, 21:07

Antonio Benassi, dalla musica al cinema

Mara Varoli
Non è stato facile convincerlo, ma alla fine ha gettato la spugna. E alle 17,30 del primo giorno di sole in questa primavera 2013, dall'ascensore della «Gazzetta» spunta con la testa china: camicia rossa, jeans e giacca sportiva. E' sorridente, ma ancora scettico all'idea di farsi intervistare. D'altronde, nella carrellata di personaggi di ieri e di oggi che «parlano» parmigiano, Antonio Benassi ci sta. A maggior ragione, ora che ha smesso di cantare, lavora a un documentario sul suo quartiere e non è per nulla semplice incontrarlo: «L'ultimo concerto l'ho fatto a febbraio all'inaugurazione della macelleria di via Marchesi». La sua «Parma parallela» ha fatto il giro delle case della città: quel cd del 2008 dal successo sorprendente, le cui canzoni vengono ancora canticchiate dai più, ha venduto oltre un migliaio di copie. «La prima volta che ho portato i cd al Music Mille non ci credevo. Dopo mezz'ora li avevano venduti tutti. Ho chiamato mia madre per sapere se li aveva comprati lei, ma non ne sapeva niente». Quarantasette anni, papà di Viola e Leonardo, marito di Cristiana, che non è una de «Le ragazze di Mantova», Antonio suona da sempre. Da quando a cinque anni gli hanno regalato una chitarra di plastica, con cui faceva finta di essere Little Tony sulla spiaggia di Marina di Massa. «Ma è a 15 anni che ho il mio primo gruppo. Si chiamava Deer's Brand insieme ai compagni di classe del Rondani». Già lì cantava lui e già lì comincia ad avere un problema: quello delle prove. «Il live senza prova è un'utopia - ammette -. I musicisti si devono pur mettere d'accordo, ma io mi stancavo a fare le prove, perchè la musica in questo modo diventava troppo commerciale».
Nell'87 nascono «Le Borchie»: sul palco ci sono Willy alla batteria, Folli alla chitarra, il Bondo alla batteria e al sax, Jody al basso e tanti altri. Antonio ama il rock. E quello delle Borchie è un rock demenziale: il live è cabaret. I pezzi venivano scritti da Benassi in quella che era la stanza di via Bucci: in realtà,  una cantina dove con gli amici si giocava ai giochi di società e dove al giovedì si creava il cosiddetto circolo culturale. «Una volta ci siamo persino messi a dipingere, ma io - continua Benassi - ero negato». La particolarità delle Borchie era la velocità nell'interpretare i pezzi: in un'ora e mezza ne venivano cantati o meglio accennati anche 86. «Sì, perché appena le intonavamo il pubblico ci fermava - ricorda -. Urlava "Bufera" e noi smettevamo». Da «Tequila boom boom» al «Dobermann dell'amor» e all'«Uomo meccanico», che potevano durare anche tre secondi. testi demenziali, «suonate anche male - aggiunge Benassi -. Cioè, nel senso che i buoni sono differenti. Tuttavia, con le Borchie abbiamo anche superato l'Enza, che per noi era un vero ostacolo per quell'arlia secolare con Reggio. In pratica, c'erano due tipi di concerti: quelli in cui ci divertivamo noi e non il pubblico, come quando al teatro Europa abbiamo suonato con tre mangiafuoco, io ho indossato la sottoveste della zia di Nicola e il pubblico ci aveva mandato via; e quelli in cui noi non ci divertivamo, ma il pubblico sì, come all'Onirica nel '96, quando abbiamo ingaggiato una cubista. L'ultimo concerto delle Borchie risale al 1998, in un ristorante cinese: era l'ultimo dell'anno. Una vergogna». L'anno dopo sposa Cristiana, una bella ragazza di Parma, conosciuta alla Fattoria di Vigheffio e dalla quale ha avuto due meravigliosi bambini: «Tante canzoni sono nate per loro. E sono loro a preferire che io suoni in casa», ammette Benassi. Rimaneva la voglia di registrare qualcosa e con i «Figli di Maradona» entrano in studio per un cd, che però fatica a vendere. Ma come nascono poi gli «Antonio Benassi band»? Le canzoni no sense delle Borchie erano arrivate fino a Leonardo Manera, il famoso cabarettista: «A me sarebbe sempre piaciuto diventare autore. E così ho iniziato a buttarli giù proprio per il cabaret, con uno stile tipicamente inglese, almeno per i video. Da qui è nata “Parma parallela”: guardavo sempre Bar Sport su Tv Parma e il mio punto di riferimento era il giornalista Sandro Piovani. Da sempre sono un grande tifoso del Parma e alla domenica vado allo stadio. In un secondo tempo, ho capito che le canzoni che scrivevo erano per me, non per altri. Così come per «Dito qui» che l'avevo fatta per Manera, ma con lui non avrebbe funzionato». E così è nata anche «Tuta sira», «Le ragazze di Mantova» e altre canzoni non volgari, un po' cattive, ma con quella stessa sottile ironia. Insomma, con il sorriso sulle labbra, dall'inglese Benassi passa al dialetto, per qualche brindisi di vermut. Con testi che tra finzione e realtà riproducono uno spaccato provinciale. Che va bene per Parma e per altre città. E nel 2006 a Marzolara per la prima volta suonano gli Antonio Benassi band: «Mi piaceva avere un gruppo con il mio nome. Del tipo, che so? Santana». Dade alla batteria, Nicola (quello della sottoveste) alla chitarra, Jody al basso, il Gusso al piano e Max ai cori. Canzoni per live ma anche per video. «E gli attori - dice - erano i miei amici. I primi due anni mi sono divertito molto. Suonavamo nei bar e una volta persino in Pilotta, ma era la routine che mi ammazzava. Sono arrivato a un punto che la spinta iniziale si era spenta. Tuttavia, volevamo fare il cd, anche se non era facile perchè il nostro suono era sporco. E nel 2008 esce il disco. Un successo e da lì raffica di concerti».
 Oggi Benassi suona in casa, anche in quelle di amici, ma non esce più allo scoperto. Tra feste di compleanni dei compagni di classe dei figli, catechismo e altri impegni come l'appuntamento della domenica allo stadio, è riuscito a ritagliarsi un po' di tempo per un altro progetto: «Sto realizzando un documentario sul mio quartiere: l'evoluzione urbanistica nei Prati Bocchi. Un documento che racconta quella storia che in pochi ricordano:  dai prati all'Efsa. Sarà pronto l'anno prossimo». Un passo oltre per questo parmigiano innamorato della città e dei Rolling Stones. Che fa battute in dialetto, cucina lasagne e coniglio, impasta tagliatelle e gnocchi, e ama la montagna. «Là in alta Egadina - chiude - dove non c'è mai confusione».               
 

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