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Parma

Gli italiani di domani e le otto T di Severgnini

25 aprile 2013, 00:02

Gli italiani di domani e le otto T di Severgnini

Enrico Gotti

AParma avete visto cose che noi umani non possiamo neanche immaginare. Negli ultimi 15 anni è successo di tutto. Ma siete una grande città, perché ogni volta riuscite a ripartire».
Inizia dai crac politici ed economici, Beppe Severgnini, per arrivare a parlare dell’Italia e dei giovani. Davanti a sé ha la platea dei liceali del Romagnosi, che ieri, nella sede di Parma Lirica, lo hanno chiamato a presentare la sua ultima opera, «Italiani di domani». «Ho scritto questo libro perché l’Italia è nei guai e tocca a voi tirarla fuori. Siete una generazione che mette la barca in acqua nella tempesta. Ma con la burrasca si impara a navigare - sottolinea la firma del Corriere della Sera, lucido biografo di un popolo considerato indecifrabile all’estero, come quello degli italians -.
Se adesso siamo nelle mani di un uomo di 88 anni, e il governo potrebbe essere affidato ad un uomo della prima repubblica come Amato, vuol dire che la mia generazione ha fallito e ora tocca alla vostra» - sintetizza Severgnini.
«L’Italia non cambierà fino a che voi italiani di domani non verrete da noi, vostri padri, e madri, a dire: così non si fa».
Il suo libro è un discorso rivolto a chi si prepara a lasciare gli ormeggi, a terminare gli studi e ad affrontare il mondo del lavoro. Otto consigli, otto parole per i giovani, tutte con la stessa iniziale: talento, tenacia, tempismo, tolleranza, totem, tenerezza, terra e testa.
 Nell’incontro con gli studenti, Severgnini si sofferma sulla T di Talento «una delle più importanti». «Cercare di capire cosa uno sa fare è fondamentale. - dice il giornalista - Non ho mai conosciuto ragazzi o ragazze del mio Paese senza talenti. Come si fa a capire qual è il proprio? Bisogna essere onesti con se stessi, io ho scritto: siate brutali. State attenti alle interferenze della passione».
E chiarisce con un aneddoto personale: «Io amavo giocare a calcio, ma non ero bravo. Giocavo in terza categoria, in pratica nell’ultima serie. Ero l’unico laureato. Usavo il periodo ipotetico in campo, dicevo: Uè arbitro, ma se mi avesse preso?. I giocatori in campo ammutolivano».
Poi la passione per lo sci, gli slalom, ma ben presto capisce di essere «più bravo con le parole che con i paletti».
«Sapete chi è fondamentale nel riconoscere i vostri talenti? I professori. Non tutti, ne basta uno solo. Gli insegnanti hanno il diritto e il dovere di fare i minatori di talento, qualche volta trovano oro, argento, a volte un altro minerale, ma c’è sempre». Poi lo spazio al ricordo. Severgnini racconta della professoressa che gli ha insegnato a scrivere: fino alle medie usava mille aggettivi, avverbi, riempiva tutte e quattro le pagine del foglio protocollo, cercava le parole per impressionare i professori, e automaticamente arrivavano voti alti. Al liceo la batosta, i voti si abbassano. Fino a quando non ascolta il consiglio dell’insegnante: «Mi ha detto: ricorda, meno è meglio. Da allora ho cominciato a scrivere - ricorda Severgnini -. La professoressa si chiamava Paola Cazzaniga Milani ed è stata la mia chiave di volta».

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