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Arte-Cultura

Roversi e il mondo piccolo del terzo millennio

24 aprile 2013, 23:16

Roversi e il mondo piccolo del terzo millennio

Mariagrazia Manghi

L’«Ira funesta» di cui parla l’ultimo romanzo giallo di Paolo Roversi, edito da Rizzoli, non è quella leggendaria del Pelide Achille, ma la follia violenta di un omaccione della Bassa padana, Gaggina, il matto del paese.
La provincia italiana torna impetuosamente nei romanzi del giovane scrittore, classe 1975 e già oltre  dieci  di pubblicazioni alle spalle, e con lei le storie e i personaggi spesso surreali che la popolano.
 Del nuovo lavoro si è parlato alla  Feltrinelli di via Farini in un incontro a cui ha partecipato l’autore intervistato dal giornalista scrittore Davide Barilli.
Una chiacchierata tra amici e con il pubblico per parlare di certe atmosfere e personaggi tratteggiati nel libro, frutto di storie tanto apparentemente irreali, ma così vere in molti paesi della bassa padana.
«Il libro non sarebbe mai nato se non mi avessero raccontato fatti, avventure, narrazioni su cui ho ricamato la vicenda», ha confessato Roversi.
 C’è un delitto nell’«Ira funesta», come in ogni giallo che si rispetti, e un’indagine. Questo permette all’autore di dar vita ad un nuovo personaggio, il maresciallo Omar Valdes, un tipo burbero, amante della pesca al pesce siluro e con un passato oscuro alle spalle, nelle forze speciali; un protagonista che potrebbe diventare seriale nella produzione di Roversi, come sembra suggerire lo strillo di copertina del romanzo che parla del «primo caso» che il Valdes dovrà risolvere.
 Principale indiziato è il Gaggina che, rimasto per un giorno senza i suoi tranquillanti, in sella a un motorino scassato tenta di assaltare la stazione dei carabinieri, irrompe nel bar della locale polisportiva, picchia un vigile che vuole fargli la multa, per poi barricarsi in casa con due ostaggi e la nonna, minacciando con una katana da samurai.
«Un giallo che fa sorridere – ha detto Barilli – mai prevedibile, spiazzante, che funziona perché Roversi conosce bene la tecnica narrativa che gli consente di creare un plot di oltre 300 pagine, diviso in quattro parti e trenta capitoli compiendo continui passaggi temporali, introducendo false piste e indizi con estrema semplicità».
 Questo paese vicino al Po, che si chiama «Piccola Russia», cinquecento anime, dove le strade hanno tutte nomi di «compagni», e la vita sociale si srotola al bar della Polisportiva, la giunta è monocolore dal 1948 e il prete arriva in prestito dal paese vicino solo per la messa della domenica, per un certo tempo viene messo sotto i riflettori dei media. Roversi alla fine dipana la matassa quasi come se il giallo, la finzione, fosse il pretesto per raccontare una storia corale fatta di personaggi che popolano un microcosmo tutto vero di una provincia che appare come una sorta di «mondo piccolo» del terzo millennio.