Sei in Archivio

Parma

La vedova Calabresi: il mio viaggio verso il perdono

25 aprile 2013, 22:30

La vedova Calabresi: il mio viaggio verso il perdono

Andrea Del Bue

«Nei negozi non potevo dare il mio cognome; al cinema entravamo a film iniziato, al buio; al ristorante non andavamo mai, se non nel locale di un caro amico, che ci riservava una saletta isolata.
Fuori c’era un clima pesantissimo: violenze, molotov, vetrine sfasciate. Ma ero giovane e amavo la vita».
E la ama tuttora, Gemma Capra, vedova del commissario di polizia Luigi Calabresi, ucciso da militanti di estrema sinistra davanti a casa, il 17 maggio 1972.
Erano gli anni del terrorismo. Lei aveva due figli piccoli: Mario, attuale direttore de La Stampa, e Paolo. E ne portava uno in grembo, Luigi.
Li ha cresciuti  nella gioia di vivere, lontano dal rancore, ricordando quotidianamente la figura del padre, sempre col sorriso.
«Non ho mai educato i miei figli alla cultura dell’odio, tanto meno della vendetta - racconta, incalzata dalle domande di Emanuela Turco e Paola Raiteri, membri dell’associazione Aeduca, che ha organizzato l’incontro -: sarebbe stato far vincere la cultura della morte, ogni giorno. Il rancore acceca, ti impedisce di vedere tutte le cose belle che la vita ti riserva».
Ad ascoltare  le sue parole, alla sala dei concerti della Casa della Musica, ci sono il sindaco, Federico Pizzarotti e quasi duecento persone: alcune stanno in piedi, perché non trovano posto a sedere.
Elemento centrale, nella vita di Gemma Capra, è la fede. Prima quasi per abitudine, come inerzia dell’educazione ricevuta in famiglia; poi, dal giorno dell’assassinio del marito, diventa una incrollabile certezza.
«Pochi minuti  dalla morte di Gianni (lo chiama così, ndr), vedevo persone che tergiversavano, poliziotti raccontarmi che era stato ferito ad una spalla, sguardi incrociati e preoccupati. Allora ho preso in disparte il parroco: “Don Sandro, dimmi la verità”, gli ho detto. E lui, muovendo le labbra, senza emettere alcun suono: è morto».
E’ la notizia  che non voleva. «Mi siedo sul divano - ricorda -: sento un dolore lancinante, non solo spirituale, ma anche fisico. Sono in uno stato di assoluto smarrimento, di totale abbandono. Poi, piano piano, arriva una forza nuova, una sensazione di pace; mi sento sola, attorno è tutto ovattato. In quel momento ho ricevuto da Dio la fede, in quel momento credere è diventata una mia scelta».
Nel necrologio  di suo marito, il primo passo di «un lungo cammino, quello del perdono».
Sono le ultime parole di Cristo sulla croce: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno».
«La fede - chiarisce la vedova Calabresi -, non toglie il dolore, ma lo riempie di significati. Sono convinta che la tragedia mi abbia resa migliore, regalandomi una maggiore attenzione nei confronti degli altri. Sembra assurdo, ma è così».
Lungo applauso. Lunghissimo.